...le cose si scoprono, si conoscono, solo grazie all'osservazione.       

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vivo consapevolmente ogni attimo

SONO GIULI

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Utente: giuli1
amo la vita e regalo un sorriso anche a chi mi porge spine amo sentirmi libera come un gabbiano e volare in alto sul mare in tempesta o in cielo tra i raggi del sole giuli110@hotmail.it

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martedì, 03 novembre 2009

 "Quando senti parlare di un maestro eccellente, non devi credere, deprimendoti, di non poterlo eguagliare. Anche il maestro è un uomo, uno come te. Se pensi di essergli inferiore, entrerai subito nello stato d'animo corrispettivo." 

Nelle arti marziali si vince con la mente, molto più che con il corpo, l'abilità o altro.
 
tratto da: "Hagakure_Il codice dei samurai" di Yamamoto Tsunetomo
 

 
IRIMI - Luigi Branno Sensei

martedì, 27 ottobre 2009

"Quando pratico, sono un filosofo
quando insegno, sono uno scienziato
quando dimostro, sono un artista".

"Tutti sono in grado di praticare yoga, ma solo uno su un milione può essere davvero chiamato yogin".

B K S Iyengar

 
Lo Yoga è: “Dominio di sé”. Non è una via al rilassamento, al benessere facile e superficiale. Yoga significa smettere di credere nelle debolezze e nelle impossibilità della natura umana. L’immensa conoscenza celata nella tecnica, se privata da una volontà dominante, è svuotata dal suo potenziale. Lo Yoga implica una volontà determinata, che raccoglie il dono provenuto da “oltre” e utilizza la sapienza ricevuta, per piegare l’apparenza di leggi inviolabili, assoggettandole all’unica ed alla più elevata fra tutte: “Noi siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio!”.
Patanjali afferma che lo Yoga è: “Cessazione delle fluttuazioni mentali”. La mente che “mente”, straordinaria manifestazione della Maya universale (illusione cosmica), va soggiogata dalla volontà, allo scopo di aprire un varco alla manifestazione di un’intelligenza superiore, libera e incondizionata dalle apparenze.
Per questo, la radice sanscrita “yug”, è associabile anche al concetto di “giogo”, inteso come il potere della mente (superiore), che ottiene il dominio della natura inferiore; quest’ultima, mossa unicamente dagli istinti primordiali e dai bisogni abitudinari.
Lo Yoga rappresenta una possibilità unica: l’accelerazione di un percorso evolutivo che la struttura psicofisica umana compirebbe altrimenti in secoli o millenni. Lo Yogi e la Yogini, non possono credere nei limiti imposti dalla loro mente. Questa disciplina è un possente addestramento, compiuto per emanciparci dalle piccolezze della nostra natura animale, fatta di paure ancestrali, reazioni meccaniche e comportamenti massificati.
Il vero potere mentale non consiste nel muovere gli oggetti nello spazio o compiere prodigi di varia natura, ma nell’ottenere un’indiscussa autorità sulla nostra struttura psicofisica. “IO PENSO, OSSERVO, AGISCO”. Io! Un Io consapevole e direttivo, focalizzato e non condizionabile. Un Io… LIBERO. Una mente Illuminata.
“Io Posso”, è il messaggio dello Yoga. Mi è stata donata la tecnica, il metodo, il come. Non ho bisogno di altro! Non c’è dono superiore a questo. Tramite l’Insegnamento ricevuto, “Io” otterrò il dominio della mia parte animale, per diventare un “Essere” libero, indipendente, autocosciente.
Lo Yoga è lo strumento, la mia volontà è la mano che lo utilizza; la mia mente, l’intelligenza che mi sorregge nelle difficoltà. Si tratta di un percorso forte, vivo, attivo, che, anche alla presenza di un vero Maestro, non scade mai nel riporre in altri la responsabilità del proprio cammino. Il Maestro non è un papà o una mamma, né tanto meno uno psicoterapeuta o un consolatore. Nello Yoga vero, il Maestro è l’Iniziatore; colui o colei che trasmette la possibilità o la conoscenza, ma che non può (e non deve), sostituirsi allo sviluppo del potenziale individuale (del discepolo).
Il vero Adepto allo Yoga, è un esploratore che si muove in un universo sconosciuto, favorito e sorretto dalla conoscenza ricevuta. Il timore di aprire nuove strade e percezioni in se stesso, non possono far parte di lui. Ogni paura deve essere superata; ogni ostacolo abbattuto. La meta è troppo elevata, per chi non sia determinato a combattere fino alla vittoria, per conquistare totalmente la roccaforte dove si trincerano tutti i dubbi e i limiti della mente condizionata.
Lo Yoga pratico esce in tal modo dal budello ristretto delle posizioni fisiche e delle respirazioni, per diventare realmente “Integrale”, ossia per fare dell’intera vita il suo territorio di conquista. Esso penetra nei reami della mente, non intesa come processi del pensiero, ma come intelligenza acuta e dominante, capace di ottenere potere effettivo sulle fluttuazioni emotive e sull’intelletto meccanico.
Lo Yogi, impara a regolare i processi psicofisici attraverso posture e tecniche, per poi estendere la sua consapevolezza e il suo controllo nella vita di tutti i giorni. Egli pratica questa scienza usando il respiro e la concentrazione in ogni possibile occasione. Mette a frutto ogni conoscenza sperimentata, per estenderne l’influenza sul lavoro, nella vita privata ed in ogni attività.
Non esiste più (esclusivamente) l’ora di Yoga. La Scienza, è diventata vita. Ogni istante di realtà è un’occasione di conquista, di scoperta, d’esercizio per il dominio di se stessi. La pratica di tecniche specifiche (sadhana), è un momento di massima focalizzazione mentale per rompere nuovi “diaframmi” interiori, ma l’intero moto esistenziale (fatto di quotidianità), si è trasformato nell’esercizio continuo dello Yoga Integrale.
È un cammino forte, che mira al superamento. Per conquistare il traguardo della Verità, per il quale lo Yoga è stato creato, è importante far risuonare in noi il “mantra” della volontà: “Nulla è impossibile!”.
È facile capire quanto tali affermazioni siano lontane dalla moderna concezione dello Yoga praticato nei centri benessere, o nella maggior parte dei luoghi in cui tale disciplina è presentata (accanto a decine d’altri sistemi, miranti a farci sentire “meglio” o alla moda).

Ferrero e Di Terlizzi 
tratto da"Vivere lo Yoga"

lunedì, 19 ottobre 2009

  Il mondo è la propria magia!

Shunryu Suzuki
 

giuli_cuori
Prima di studiare lo zen, i monti erano i monti e le acque erano le acque; quando cominciai a studiare lo zen, i monti non erano più i monti e le acque non erano più le acque. Dopo l’illuminazione, i monti sono tornati ad essere monti e le acque sono tornate ad essere acque.

Se sulla via incontri un uomo che sa, non dire una parola, non restare in silenzio!

Dì una parola con la bocca chiusa!

Liberati del sé e agisci a partire dal sé!

Sia il discorso che il silenzio trasgrediscono

Detti zen
 

 
Questa sera l'universo - Mogol Audio2

Io, sasso rotolante giù fermato da un cespuglio,
tu proprio lì in riva al lago…
tu, che stai sbocciando con l’età
che ti regala quel profumo in più
e un impulso d’amore un pò vago
restiamo qui ad ascoltare i nostri palpiti
e questa dolce musica che sembra diventar l’arcobaleno.
Noi che diamo luce questa sera all’universo
minuscoli frammenti di stelle
che brillano nei nostri occhi.
Ma che silenzio tutto intorno sembra quasi quasi solido
sapore di baci che vanno scogliendosi
piano nel buio ti stringo forte a me
diventa chiaro, l’alba ancora è…
Noi sdraiato sopra l’erba umida
col naso che ci gocciola come fosse rugiada…
Guardami qui in fondo agli occhi dolce cucciola
e leggi bene cosa c’è, soltanto amore per te….
Noi che diamo luce questa sera all’universo
minuscoli frammenti di stelle
che brillano nei nostri occhi.
Ma che silenzio tutto intorno sembra quasi quasi solido
sapore di baci che vanno sciogliendosi
piano nel buio ti stringo forte a me
diventa chiaro ormai e l’alba ancora è….
Noi che siamo al centro dell’universo
resteremo sempre qui
di questo amore luminosi
abbracciati così
abbracciati così.

lunedì, 05 ottobre 2009

               L’ascoltatore
  
O vento, che ci passi accanto, ora cantando dolce e soave, ora gemendo e sospirando: ti sentiamo ma non ti vediamo. Avvertiamo il tuo tocco, ma non distinguiamo la tua forma. Sei come un oceano d’amore che sommerge il nostro spirito, senza annegarlo.
Ascendi con le alture, e discendi con le valli, per diffonderti su campi e prati. C’è potenza nel tuo ascendere e gentilezza nel tuo discendere; e vi è grazia nel tuo disperarti. Sei come un re generoso, magnanimo verso gli oppressi, ma rigido nei confronti di chi è duro e arrogante.
D’autunno gemi tra le valli, e gli alberi echeggiano i tuoi lamenti. D’inverno spezzi le catene, e tutta la natura si ribella con te. A primavera ti riscuoti dal sonno, ancora debole e vacillante, e attraverso i tuoi primi incerti movimenti i campi cominciano a svegliarsi. D’estate ti nascondi dietro il velo del silenzio come se fossi morto, sotto i dardi del sole e l’aculeo del calore.
Ti lamentavi, nei giorni di tardo autunno, o ridevi ai rossori degli alberi nudi? Eri adirato, d’inverno, o danzavi intorno alla tomba della notte, coperta di neve? Languivi, a primavera, o ti accoravi per la morte della tua amata, giovinezza di tutte le stagioni? Forse eri morto, in quei giorni d’estate, o eri solo addormentato nel cuore dei frutti, negli occhi dei vigneti, o nell’orecchio del grano nelle aie?
Dalle vie cittadine sollevi o porti con te i germi delle calamità; e dalle alture spandi in volo il fragrante alito dei fiori. Così la grande Anima sostiene la sofferenza della Vita e silenziosamente va incontro alle sue gioie. All’orecchio della rosa bisbigli un segreto il cui significato lei afferra; spesso è turbata, poi si rallegra. Così Dio agisce con l’anima dell’uomo.
Ora indugi. Ora ti affretti qui e là, in un moto incessante. Così è la mente dell’uomo, che vive quando agisce e muore quando ozia.
Scrivi le tue canzoni sulla superficie delle acque; poi le cancelli. Così il poeta quando crea.
Da sud vieni caldo come l’amore; e da nord freddo come la morte. Da est gentile come il tocco dell’anima; e da ovest violento come l’ira e il furore. Sei mutevole come l’età, o sei latore di importanti notizie dai quattro punti cardinali?
[...] Nella quiete notturna, i cuori ti rivelano i loro segreti. E all’alba, gli occhi si aprono al tuo tocco gentile. Sei conscio di ciò che il cuore ha sentito o gli occhi hanno visto?
Tra le tue ali l’angosciato depone l’eco dei suoi lamentosi canti, l’orfano i frammenti del suo cuore spezzato, e l’oppresso i suoi sospiri di sofferenza. Entro le pieghe del tuo mantello lo straniero depone la sua nostalgia, l’abbandonato il suo fardello, e la donna caduta la sua disperazione.
Tieni in custodia tutto questo per gli umili? O sei come la madre terra, che seppellisce tutto ciò che genera? Odi queste grida e questi lamenti? Odi questi gemiti e sospiri? O sei come i potenti e i superbi, che non vedono la mano tesa e non odono il grido del povero?
O Vita di tutti quelli che ascoltano, sei in ascolto?
   
tratto da “La voce del maestro” di Kahlil Gibran 
        

sabato, 03 ottobre 2009

 
ODE ALLA NOTTE

Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio, Notte
con le stelle, lustrini rapidi
sul tuo vestito frangiato di Infinito.

Vieni vagamente,
vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute
lungo i fianchi, vieni
e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,

fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,

tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un'altra luce e un'altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora

delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano
sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,

e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d'essere baciati

se non per una differenza nell'anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall'antichissimo di noi
laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,

perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma
di una nascosta voglia di singhiozzare,

forse perché grande è l'anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.
Vieni, dolorosa,

Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte-febbricitante degli Umili,
sapore d'acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
Vieni, dal fondo

dell'orizzonte livido,
vieni e strappami
dal suolo dell'angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.

Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.

Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di 0ggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.
Un altro petalo verso Occidente,

dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
E l'altro, gli altri, tutti gli altri petali
- oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! -

affidali all'Oriente,
l'Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l'Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l'Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l'Oriente buddhista, bramanico, scintoista,

l'Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l'Oriente dove - chissà - forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto..
Vieni sopra i mari,

sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!

Vieni, premurosa,
vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,

e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi.. Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore... Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,

con le stelle che brillano (o Travestita dell'Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa

Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all'improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all'orizzonte,

già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

Fernando Pessoa


giovedì, 01 ottobre 2009

"Pensare è un'arte che s’impara come tutte le altre e anche con maggiore difficoltà".

J.J. Rousseau



La Meditazione

La meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini... La meditazione non è fuga dal mondo; non è un isolarsi e chiudersi in sé, ma piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie... Meditare è deviare da questo mondo...
[…] La meditazione non è un mezzo per un fine... La meditazione è la cessazione del pensiero... Tutto ciò che il pensiero formula ha in sé il limite dei suoi confini, il pensiero ha sempre un orizzonte, la mente meditativa non ne ha, l'uno deve cessare perché l'altro possa essere. La meditazione apre la porta ad una vastità che trascende ogni immaginazione o congettura. Il pensiero è il centro intorno al quale c'è lo spazio dell'idea, e questo spazio può essere allargato da ulteriori idee. Ma tale allargamento mediante stimoli di ogni sorta non è la vastità in cui non c'è alcun centro. La meditazione è la comprensione di questo centro e quindi il suo superamento. Il silenzio e la vastità vanno insieme. L'immensità del silenzio è l'immensità della mente in cui non esiste un centro. La percezione di questo spazio-silenzio non procede dal pensiero. Il pensiero percepisce soltanto la sua proiezione, e il riconoscimento di essa è il suo confine... La meditazione non è un'attività dell'isolamento, ma l'azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità ed intelligenza. Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non ha alcun valore.
[…] Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il silenzio. Questa è una forma di autoipnosi. Meditare non è chiudersi in un pensiero ideale, nell'incanto del piacere.
[…] La mente meditativa è vedere, osservare, ascoltare senza la parola, senza commento, senza opinione — attentamente e costantemente — il movimento della vita in ogni suo rapporto; allora sopraggiunge un silenzio che è negazione del pensiero, un silenzio che l'osservatore non può richiamare.
[…] Per quanto faccia, l'uomo di credenza o di dogma non può entrare nel regno della meditazione. La meditazione necessita della libertà — che è totale negazione della morale e dei condizionamenti sociali — la libertà viene prima della meditazione, ne rappresenta il primo movimento. Non è una pratica pubblica dove in molti si uniscono e offrono preghiere. Sta a sé ed è sempre al di là dei confini della condotta sociale. Infatti la verità non è nelle cose del pensiero o in ciò che il pensiero ha costruito e chiama verità.
[…] La negazione totale di questa struttura del pensiero è la realtà della meditazione. La meditazione è un movimento incessante. Non si può mai dire che si sta meditando, o dedicare un periodo di tempo alla meditazione. La meditazione non è ai tuoi ordini. La sua benedizione non ti viene perché conduci una vita per così dire sistematizzata o segui una particolare routine o morale. Viene solo quando il tuo cuore è veramente aperto. Non aperto dalla chiave del pensiero, non reso sicuro dall'intelletto, ma quando è aperto come il cielo senza nuvole; allora viene senza che tu lo sappia, senza che tu la chiami. Ma non puoi mai custodirla, possederla, adorarla. Se cercherai di farlo, non verrà più, ti eviterà.
Nella meditazione tu non sei importante, non occupi un posto; la sua bellezza non sei tu, la sua bellezza è in sé. E non puoi aggiungervi nulla. Non devi spiare dalla finestra sperando di prenderla di sorpresa, né sederti in una stanza buia ed attenderla; viene soltanto quando tu non sei là, e la sua benedizione non ha continuità..."

Jiddu Krishnamurti - "Sul meditare e la meditazione"

da: http://www.consapevolezza.it



Jiddu Krishnamurti

Il messaggio di Krishnamurti è rivolto alla liberazione interiore dell'uomo, come premessa indispensabile per l’apprendimento dell'arte di vivere. La nostra esistenza quotidiana è scandita da paure, ansie, problemi, ma anche schemi mentali che in qualche modo ci imprigionano. Tuttavia da sempre qualcuno si eleva al di sopra degli altri e insegna a liberarsi: è il Maestro.
I suoi insegnamenti sono acqua fresca per chi è assetato di Verità e di Libertà e indicano la strada per l’elevazione al di sopra della nostra quotidianità che ci imprigiona e ci limita.
Krisnamurti è una delle figure più carismatiche dell’umanità dell’ultimo secolo. Fu un libero pensatore indiano, che non volle appartenere a nessuna organizzazione, nazionalità o religione. Nel 1909, ancora bambino, incontrò Charles Webster Leadbeater, figura di spicco della Società Teosofica in India, e fu allevato dall’allora presidentessa Annie Besant.
Ma Krishnaurti si distaccò ben presto sia dalla Società Teosofica che dall’ordine della Stella che lo riconoscevano come propria guida. Viaggiò per il mondo per tutta la vita fino all'età di novant'anni, parlando a grandi folle di persone e dialogando con gli studenti delle numerose scuole nate come conseguenza dei suoi insegnamenti. Quello che stava a cuore a Krishnamurti era la liberazione dell'uomo dalle paure, dai condizionamenti, dalla sottomissione all'autorità, dall'accettazione passiva di qualsiasi dogma. A questo scopo insisteva sul rifiuto di ogni autorità spirituale o psicologica, compresa la propria, ed era interessato a capire come la struttura della società condizioni l'individuo.

http://www.macrolibrarsi.it/autori/_jiddu_krishnamurti.php?pn=690



 
Kim Ki-Duk
"primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera"

giovedì, 16 luglio 2009

L'uomo che ama.....

Roberto è un uomo non ancora quarantenne che vive due storie d’amore diverse, in due momenti differenti nel tempo. Con Sara, vicedirettrice di un albergo del centro, e con Alba, che si occupa di allestimenti in una galleria d’arte contemporanea. Il gioco dell’amore lo porta a ricoprire nelle due storie ruoli opposti, a sperimentare sia la dolcezza sia la crudeltà dell’amore, e sopra ogni altra cosa la forza prepotente di un sentimento a cui nessuno riesce a resistere. Roberto cerca risposte nelle vite e nelle esperienze degli altri, nelle parole di suo fratello, nelle vicende della dottoressa con cui lavora, nei racconti dei suoi genitori. Ma la verità sull’amore, se davvero esiste, è lì, negli occhi delle sue due donne che lo guardano, nelle parole che si ripetono, nei momenti d’amore, negli inevitabili addii. La risposta che Roberto cerca è nel rischio della vita, nell’imprevedibilità degli eventi, nel sapere che tutto può finire, senza per questo rinunciare ad amare. Passione tra un uomo ed una donna vista con gli occhi maschili. Roberto è innamorato di Sara e farebbe qualsiasi cosa per lei. Ha voglia di convivere, di condividere a pieno la vita con la sua donna. Dopo la proposta di convivenza e poi di matrimonio arriva la crisi. Roberto si ritrova da solo con il desiderio di cominciare una vita nuova ed un amore nuovo. Sara invece riesce a mantenere una certa freddezza sentimentale, non lasciandosi mai coinvolgere fino in fondo fino a sparire in un week end in cui il suo cellulare rimarrà sempre spento. Roberto incuriosito indaga e scopre il tradimento della donna con un altro uomo. Roberto la respinge, ma soffre come mai ha sofferto prima. Amore e odio convivono in lui e lo inseguono nell’insonnia che diventa compagna di notti passate a passeggiare da solo, nel buio, senza luna. Questa è la fase in cui Roberto rinasce, cominciando una nuova vita priva di eccessi ma ricca di grande equilibrio, soprattutto interiore. Roberto attraversa la città di Torino nella sua solitudine e nel suo dolore così visibile seppur silenzioso quando arriva una nuova donna, Alba. Roberto ha paura di vivere una nuova storia. Ci prova, ma con molta fatica. Si sente addosso il rimpianto di un amore cessato e la paura di un nuovo sentimento.

 

Maria Sole Tognazzi firma la regia, parlandoci dell’amore con gli occhi di un uomo. Il suo modo di amare la carne, di sentirsi attratto, il suo modo di pensare ad un futuro in due, il suo modo di soffrire un dolore della separazione forzata da chi si ama, un amore che esiste ma che non ha più senso di esistere.
da:
http://www.universytv.it/cinema/uomoama1.php

 

IL TAO DELL'AMORE
Amore e sesso sono sempre stati considerati dalla filosofia taoista come  fondamentali per il raggiungimento della serenità interiore e dell'armonia  cosmica. Furono i Cinesi a compilare i più antichi e minuziosi manuali sessuali  del mondo dove vengono soprattutto elencate le tecniche in grado di ritardare  l'eiaculazione. Nell’antica concezione cinese del mondo, l’esistenza appariva  come il risultato di un processo dinamico che contemplava l’alternarsi di forze  passive e attive, di positività e negatività, il tutto in un perfetto equilibrio. Le  forze attive prendono il nome di yang, quelle passive di yin. Insieme, yang e yin,  si fondono per sospingere l’energia vitale, che esprime ciò che vi è di più  radicale nell’uomo come l’istinto di conservazione, la fame e il desiderio  sessuale, lungo il Sentiero Supremo. L’interazione e alternanza di questi due  elementi è chiamata TAO e il costante processo generativo che ne risulta, è  chiamato mutazione. Conseguenza di questa filosofia è la ricerca di una  perfetta armonia con la natura, cercando di raggiungere la stessa armonia e  fusione di yin e yang, attraverso il contatto e la fusione l’uno dell’altro. Lo yin  è identificato con un principio oscuro, passivo, umido, femminile, lo yang con  qualcosa di solare, caldo,  attivo, maschile. Secondo questa filosofia, il rapporto  sessuale è considerato  come l’equivalente umano delle forze cosmiche di yang e  yin. Non era comunque istituito un parallelismo diretto tra pene e vagina, ma  piuttosto tra essenza yin, le secrezioni degli organi sessuali femminili, e  l’essenza yang, lo sperma maschile. L’essenza femminile è considerata più forte  di quella maschile: l’uomo infatti può presentare limiti che riguardano la  capacità di ottenere l’erezione mentre la donna può accogliere l’uomo tutte le  volte che vuole. Le maggiori energie femminili, derivano anche dal fatto che la  donna affronta anche la gravidanza e l’allattamento. Il raggiungimento  dell’armonia yin –yang tra uomo e donna era la preoccupazione principale dei  più antichi manuali sessuali cinesi. Poiché l’essenza yang maschile è in quantità  limitata è considerata più preziosa. Lo yang si rafforza unendosi allo yin  femminile durante il rapporto sessuale: è quindi importante per l’uomo  prolungare il coito più a lungo possibile in quanto così può assorbire yin. Per  raggiungere la perfetta armonia tra yin e yang bisogna che anche la donna sia  soddisfatta: è infatti nell’ultimo stadio dell’atto sessuale, in cui avviene lo  scambio tra essenza yin e yang. I taoisti credevano che l'armonia sessuale  ponesse in comunione con la forza infinita della natura, la quale, a loro avviso,  aveva anch'essa soprannomi sessuali. Così per esempio, la Terra era la femmina,  o elemento Yin, e il Cielo era il maschio, o elemento Yang. Dalla loro interazione  derivava la totalità. Per estensione, anche l'unione di un uomo e di una donna  creava un'unità. E un'unità non meno importante dell'altra.

ricerca da web


sabato, 27 giugno 2009

"Strano il mio destino" ..... Felice sabato in meditazione!!!

Con destino o fato tradizionalmente ci si riferisce all'insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale. Può essere concepito come l'irresistibile potere o agente che determina il futuro, sia in termini generali che di singolo individuo. Il concetto è basato sul credo che esista un ordine naturale prefissato nell'universo. 

È inevitabile che il ricercatore spirituale debba soffrire lungo il sentiero?
Dipende: di per sé la crescita non implica alcuna sofferenza; soffrire nasce dalla tua resistenza alla crescita. Crei sofferenza perché continui a resistere, non ti permetti di crescere. Hai paura di vivere la crescita totalmente, ti accompagni a lei senza passione. Per questo soffri, perché ti dividi, ti dissoci. Una parte di te coopera e una parte di te oppone resistenza, è contraria. Questo conflitto interiore crea in te la sofferenza. Quindi, lascia perdere questa idea, molte persone credono che si debba soffrire per crescere, é un'assurdità bella e buona! Se cooperi totalmente, non c'è affatto sofferenza. Se sei in uno stato di abbandono, invece di soffrire sarai felice. Ogni istante sarà un istante di beatitudine e di benedizione. Dunque, non scaricare la responsabilità sulla crescita. La nostra mente è molto astuta e ingannatrice: dà sempre la responsabilità a qualcuno, a qualcosa, non si assume mai la responsabilità in prima persona. Tu sei la causa della sofferenza. Se ti è possibile, ricorda tre cose.

La prima: se vuoi crescere lascia cadere il passato, perché ogni resistenza deriva dal passato. Continui a giudicare riferendoti al passato, ma il passato non è più, è del tutto irrilevante, eppure continua a interferire. Continui a giudicare in base a quello, continui a dire: "Questo è giusto e quello è sbagliato", e tutte queste idee di giusto e sbagliato, tutti questi giudizi, derivano da qualcosa che è morto. Il tuo passato cadaverico pesa su di te al punto che ti impedisce di muoverti. Lascialo cadere completamente, e rimarrai sorpreso: la maggior parte della sofferenza scompare.

La seconda cosa da ricordare è: non crearti aspettative per il futuro. Se ti aspetti qualcosa, di nuovo creerai dolore, perché le cose non accadono conformandosi a te; le cose accadono in conformità col Tutto. L'onda, una piccola onda nell'oceano, non può essere il fattore decisivo: l'oceano decide. L'onda deve restare in uno stato di abbandono. Se l'onda vuole andare verso Oriente, inevitabilmente nasceranno dei problemi, e in questo caso, la sofferenza sarà inevitabile. Se i venti non vanno verso Oriente, se l'oceano non lo vuole, cosa farà l'onda? Soffrirà. Lo chiamerà destino, dirà che sono le circostanze, le condizioni sociali, la struttura economica, la società capitalista, la cultura borghese, l'inconscio freudiano... ora le chiami "le sofferenze della crescita". Ma non stai facendo altro che spostare la responsabilità. In realtà soffri a causa delle tue aspettative. Quando non sono appagate, e non lo saranno mai! ne deriva frustrazione, ne consegue il fallimento, e tu ti senti rifiutato, come se l'esistenza non si curasse di te. Lascia cadere le aspettative per il futuro. Rimani aperto, rimani disponibile a qualsiasi cosa accada, ma non programmare il futuro. Non fabbricare nessuna idea psicologica, nessuna fissazione sul futuro, su come dovrebbero andare le cose: allora vedrai scomparire un'altra porzione rilevante di sofferenza. Queste sono le due cause fondamentali della sofferenza.

E la terza cosa: al "Movimento per lo Sviluppo delle Potenzialità dell'Uomo" manca una cosa essenziale. Esso cerca di aiutarvi a crescere, ma ancora non è riuscito a creare in voi uno spazio meditativo. Per cui rimane una lotta costante, uno sforzo di volontà, ma non è rilassamento, non è riposo. Quindi, resta da ricordare una terza cosa, e tutta la sofferenza scomparirà: crea energia meditativa, crea dentro di te uno spazio di meditazione. Ai metodi occidentali questo manca, ed è una cosa essenziale. Ecco perché nella mia comune lo sforzo consiste nell'usare tutti i metodi occidentali di psicoterapia, affiancati da tutti i metodi orientali di meditazione. Forse, oggi questo è l'unico posto in tutto il mondo, in cui l'Oriente e l'Occidente si stanno veramente incontrando, e non è un incontro diplomatico come accade all'ONU. Qui, questi due emisferi si stanno veramente fondendo, e non politicamente, non in modo diplomatico, perché un incontro diplomatico non è un incontro, è solo una facciata, una finzione. Qui sta accadendo un incontro d'amore: l'Occidente e l'Oriente, per la prima volta, vivono una storia d'amore. L'Occidente ha sviluppato tecniche molto importanti: la Gestalt, l'Encounter, la Primal, la Bioenergetica, e molte altre. E anche l'Oriente ha sviluppato molti metodi: Zazen, Vipassana, la danza Sufi, lo Yoga, il Tantra. Il loro approccio è diverso, così diverso che entrambi rappresentano solo una metà del Tutto, per cui a entrambi manca qualcosa.

I metodi orientali sono in grado di creare uno spazio meditativo, ma ti rendono introverso al punto che inizi a fuggire dalla vita; in passato tutti i metodi orientali si sono dimostrati essere un'evasione dalla realtà. Si arriva a desiderare di ritirarsi in un monastero, vuoi andare sull'Himalaya, vuoi andare in una caverna chissà dove, e vivere da solo. Questi metodi ti insegnano come stare da solo, felicemente solo: ma a questo punto, qualcosa viene a mancare. La vita è anche relazione, la vita è anche stare insieme, la vita è anche comunione, é bellissimo essere beati in solitudine, ma questa è solo metà della storia: dovreste essere beati anche quando siete insieme a qualcuno. E quando siete beati con qualcuno, la beatitudine raggiunge una vetta ancor più alta.
In solitudine sei come un suonatore di flauto, un solista; quando sei beato in un rapporto, la musica assomiglia a un'orchestra. L'Occidente ha creato metodi che vi danno un impulso maggiore verso l'essere estroversi. Vi forniscono sistemi, tecniche per imparare a essere in relazione, per stare bene nei rapporti con gli altri. Sono metodi d'amore, ma manca loro qualcosa. Arrivi ad apprezzare le relazioni, ma ogni volta che sei solo... e, essenzialmente, tu sei solo. Sei nato solo e morirai solo; nel centro più profondo del tuo essere, sei sempre solo. Per cui, in superficie sei felice, ma in profondità persiste una sottile corrente di infelicità. Non sei in grado di incontrare te stesso, non riesci a stare di fronte a te stesso, non riesci a vederti. L'Occidente ha fallito perché ha sviluppato solo l'estroversione; l'Oriente ha fallito perché ha sviluppato solo l'introversione. E l'uomo non è né estroverso né introverso. Vorrei che venisse scritto a caratteri cubitali che la tipologia ideata da Carl Gustav Jung è assolutamente sbagliata. L'uomo non può essere diviso così facilmente in categorie, non si può dire che qualcuno sia un introverso e qualcuno un estroverso, perché l'uomo è una totalità, un essere integro. Possiede una sfera interiore e una sfera esteriore, ed entrambe devono essere nutrite, entrambe devono essere appagate. Quindi, se ti limiti a seguire i metodi occidentali soffrirai molto, perché attraverso di essi non sarai in grado di creare uno spazio meditativo. Se segui solo i metodi orientali, potrai creare uno spazio meditativo, ma diventerai assolutamente inutile nel mondo e ti mancherà l'arricchimento che deriva dalla comunione con altri esseri umani.

Qui io mi sforzo di creare la prima sintesi tra estroversione e introversione, e di aiutare l'uomo perché diventi abile in entrambe, simultaneamente. In questo modo, l'essere umano potrà spostarsi con facilità dall'estroversione all'introversione, e dall'introversione all'estroversione, non è necessario dividere l'uomo in categorie stagne. L'uomo può diventare pura fluidità, é tanto semplice quanto l'uscire di casa. Quando esci di casa, non pensi di diventare un estroverso. Quando in casa senti che l'aria si è raffreddata e all'esterno non ci sono nuvole e il sole può scaldarti, esci: non ci pensi su due volte. Non decidi: "Adesso voglio essere un estroverso". Viceversa, se il sole scotta troppo e la calura ti soffoca, non prendi una decisione ferrea: "Devo rientrare. Ora voglio essere un introverso". Niente affatto! Quando il sole è troppo caldo, non fai altro che entrare in casa, e quando all'interno è troppo freddo, esci. Uscire di casa oppure entrare in casa non è affatto un problema, perché tu non sei legato né all'interno né all'esterno. Il mio sforzo qui è aiutarvi a essere liberi sia all'interno che all'esterno, perché voi non siete né la sfera interiore né quella esteriore, siete qualcosa che trascende entrambe. La sfera interiore e la sfera esteriore non sono altro che parti della vostra personalità; è la casa in cui vivete ad avere un interno e un esterno. Ma la vostra consapevolezza non ha alcun "interno" né alcun "esterno".

Dunque, ricorda queste tre cose: lascia perdere il passato, lascia perdere le aspettative sul futuro, e crea una sintesi tra introversione ed estroversione. E tutte le sofferenze scompariranno.

No, il ricercatore spirituale non deve necessariamente soffrire, lungo il sentiero. Soffri perché non sei consapevole delle tue responsabilità. Non soffri a causa della tua crescita. Soffri perché non sei cosciente delle tue resistenze, del tuo orientamento al passato, delle tue aspettative verso il futuro, e non sei consapevole del fatto che in te manca uno spazio meditativo. 

 da: The Book of the Books__OSHO

Strano il mio destino
che mi porta qui a un passo dal tuo cuore
senza arrivare mai.
Chiusa nel silenzio sono andata via
via dagli occhi, dalle mani, da te.
Che donna sarò se non sei con me
e se ti amerò ancora e di più.
Strano il mio destino, mi sorprende qui
qui ferma a non capire dove voglio andare
se tutto quell'amore io l'ho soffiato via,
ma fa male non pensare a te.
Che donna sarò se non sei con me
e se ti amerò ancora di più.
Io non ti perderò
oltre il tempo e le distanze andrò
più vicino a te volando al cuore
gli parlerò di me e resterò
per non lasciarti più, per non lasciarti più. 
È chiaro il mio destino
mi riporta qui a un passo dal tuo amore
io ti raggiungerò, proverò a gridare
e forse sentirai la mia voce che ti chiama se vuoi.
Che donna sarò se non sei con me
e se ti amerò ancora di più.
Io non ti perderò
oltre il tempo e le distanze andrò
più vicino a te volando al cuore
gli parlerò di me e resterò
per non lasciarti più, per non lasciarti più!

Giorgia


martedì, 16 giugno 2009

LA FOLLIA DEL RAZIONALE....


INDAGINI SUL “DELITTO PERFETTO” DI JEAN BAUDRILLARD

Questa è la storia di un delitto: l’uccisione della realtà. E dello sterminio di un’illusione: l’illusione vitale, l’illusione radicale del mondo. Il reale non scompare nell’illusione, è l’illusione che scompare nella realtà integrale. (p.3)
Così Jean Baudrillard inizia il suo scritto, che vuol essere la ricostruzione del delitto, la soluzione al giallo della “uccisione della realtà”. E ricerca questa soluzione con uno stile ironico, eccentrico, paradossale, che sembra farsi beffe della nostra “realtà”, distruggendo tutte le certezze, con un certo cinismo che ricorda in qualche modo la sistematica decostruzione di Nietzsche.
Ad una prima lettura, in effetti, sorge immediatamente il dubbio che il vero assassino non sia l’autore stesso del libro-delitto. Ebbene Gabriele Piana, nella sua postfazione, si domanda appunto: «il testo di Baudrillard è a sua volta un delitto?» E così il lettore si ritrova, provetto Sherlock Holmes, a dover ricostruire l’accaduto, ricercando le tracce e le prove del delitto, i tasselli sparsi per il libro, così da comporre il puzzle. Ma sembra una folle operazione senza speranza, un caso che non potrà mai essere risolto: «né i moventi né gli autori hanno potuto essere scoperti, e il cadavere del reale non è mai stato ritrovato. Quanto all’idea che informa il libro, neppure essa ha mai potuto essere scoperta. Era lei l’arma del delitto.» Il delitto perfetto, appunto.
Questo delitto ha delle attenuanti? Certamente no, poiché esse vanno sempre cercate nei moventi o negli autori. Ora, questo delitto è senza movente e senza autore, e dunque resta perfettamente inspiegabile. In ciò consiste la sua vera e propria perfezione. Ma sicuramente dal punto di vista del concetto, si tratta piuttosto di un’aggravante. (p.3)
Cosa fare, allora? Se manca tanto l’assassino quanto il cadavere, l’arma del delitto ed il movente, si può ancora parlare di delitto? «Nel delitto perfetto la perfezione stessa è il delitto».
In verità, se Baudrillard svolge il ruolo dell’assassino, lo fa per poter ri-costruire l’omicidio: si cala nei panni dell’assassino solo per dare un assassino al delitto, rappresentare il delitto, inficiare la perfezione del delitto perfetto. D’altronde «la perfezione è sempre punita: la punizione della perfezione è la riproduzione».
E così il suo omicidio, la sua cinica distruzione diventa de-costruzione, così come già a suo tempo fu decostruzione la distruzione di Nietzsche.

Per leggere Baudrillard, tenergli testa e cercare di seguirlo nel suo vorticoso ed impetuoso procedere, è necessario stare al gioco, accettare le sue regole, essere anche più paradossale e cinico; così come l’unica arma che abbiamo contro gli scherzi degli amici è stare allo scherzo. L’unica arma, appunto – abbiamo forse trovato l’arma del delitto? L’arma del delitto, scrive Baudrillard in apertura, è l’idea che informa il libro. Ma questa idea – ce lo dirà alla fine – è precisamente «il dovere di mirare a obiettivi criminali», il tentativo di «una continuazione del niente». Perché «se il pensiero non riesce ad essere niente, resterà qualcosa del pensiero.»
Baudrillard gioca a fare l’assassino, nella speranza di essere scoperto: solo così ci può essere un assassino da smascherare, un caso da risolvere, un cadavere – quello del reale – da ritrovare.

Ora, se la questione fosse semplicemente – semplicisticamente – “La televisione ha ucciso la realtà?”, sottotitolo del libro, allora Jean Baudrillard sarebbe soltanto un sociologo che individua nelle innovazioni tecnologiche un pericolo radicale, una sorta di principio del male che devia gli indifesi da una prestabilita e conservatrice “retta via”. Baudrillard, invece, è sociologo sì, ma in un senso più profondo, più, per così dire, teoretico. Non si tratta, quindi, di sconsigliare i bambini dal trascorrere troppo tempo giocando a computer, né di ammonire gli adulti circa i pericoli dell’informazione televisiva. Qui si tratta di qualcosa di più radicale, più originario; un’indagine che punta al cuore stesso del concetto di fondamento, i cui temi principali sono la volontà, l’illusione, il fenomeno, il soggetto, l’altro, il reale e il mondo. Non a caso Baudrillard dialogherà apertamente con Nietzsche e Heidegger, ma intimamente il confronto è con Kant, Cartesio e Bacone, Hegel, nonché la fisica moderna.
D’altra parte, non essendo la questione posta in modo semplicistico, il caso si fa da subito molto complicato ed intricato. Già in apertura accanto alla ”uccisione della realtà” vi è subito lo “sterminio di un’illusione”. Allora in che rapporto saranno questi due delitti? Che legame corre tra essi? Sono un unico delitto? Perché allora separarli? Perché della realtà si dice che è stata uccisa, e l’illusione sterminata? Soprattutto come possono essere legate insieme illusione e realtà?
Innanzi tutto è da dire che l’illusione di cui qui si parla è l’«illusione vitale, l’illusione radicale del mondo». Ma a questo punto si inserisce un altro problema: il delitto originale, l’«alterazione del mondo nel gioco della seduzione e delle apparenze», la sua «illusione definitiva». Ora non ci resta che sbrogliare la matassa.
In Profondo rosso Dario Argento mostra il volto dell’assassino – allo specchio – già nelle prime scene, sebbene lo spettatore, come il protagonista, lo porterà alla coscienza soltanto nel flashback dell’ultima sequenza. Potremmo dire che Baudrillard usa lo stesso stratagemma, dichiarando sin dalle prime battute la prova dell’imperfezione del delitto.
Fortunatamente gli oggetti che ci appaiono sono già da tempo scomparsi. Fortunatamente, nulla ci appare in tempo reale, come le stelle nel cielo notturno. Se la velocità della luce fosse infinita, tutte le stelle si presenterebbero simultaneamente e la volta del cielo sarebbe di un’incandescenza insopportabile. Fortunatamente, nulla accade in tempo reale, altrimenti saremmo sottomessi, nell’informazione, alla luce di tutti gli eventi e il presente sarebbe di un’incandescenza insopportabile. Fortunatamente, viviamo in base a un’illusione vitale, a un’assenza, a un’irrealtà, a una non immediatezza delle cose. Fortunatamente, nulla è istantaneo né simultaneo né contemporaneo. Fortunatamente, nulla è presente né identico a sé stesso. Fortunatamente, il delitto non è mai perfetto. (p. 11)
Tuttavia, come nel film di Dario Argento, se l’assassino fosse stato smascherato all’inizio, non solo il giallo non si sarebbe sviluppato, ma il mistero e il segreto che lo avvolgevano non sarebbero mai stati svelati; così la soluzione ci viene mostrata da Baudrillard già alla fine del primo capitolo-scena, con grande sagacia, ma per comprendere il mistero di questo delitto perfetto, e strappare il velo di Maya che lo avvolge, dovremmo necessariamente seguire con attenzione tutte le sequenze che il sociologo francese ci propone. Gabriele Piana si domanda «perché il segreto del delitto consiste nella confusione tra assassino e vittima, ossia nel fatto che l’oggetto e il soggetto fanno tutt’uno?»
E il segreto che dovremo svelare seguendo il filo di Baudrillard, si cela appunto dietro questa domanda.

A questo punto sarà necessario chiarirci le idee su questi concetti di cui è imbevuto lo scritto di Baudrillard, nonché far luce sui molteplici delitti che si accavallano e si fondono, snodandosi lungo il percorso in varie direzioni.
L’elemento che sembra creare maggiore confusione, e che compare già nel primo capitolo, è il delitto originale.
La perfezione del delitto consiste nel fatto che esso è già da sempre compiuto: perfectum. Sottrazione, già prima che si produca, del mondo così com’è. Esso quindi non verrà mai scoperto. (p. 5)
Nella nota di Gabriele Piana si legge: «Originel: “originario”, ma soprattutto “originale”, come quando si parla di peccato originale.»
Il riferimento al peccato originale potrebbe essere, in questo contesto, decisivo. In questa sottrazione originaria, ancestrale, del mondo così com’è, il peccato originale potrebbe venire a rivelarsi un delitto.
Ma c’è di più: essendo il peccato originale, già nella tradizione biblica, quella rottura che dà il via alla storia; quella caduta, avvenuta già da sempre, nel tempo e nella ricerca dell’innocenza perduta; quella drammatica lontananza dall’Eden, che è poi, in ultima istanza, il principium individuationis (nella misura in cui vi è rottura tra il sé e l’altro da sé); essendo il peccato originale tutto ciò, allora la «sottrazione, già prima che si produca, del mondo così com’è» diventa appunto il principio stesso della storia, «l’illusione radicale del mondo», il fondamento sul quale il mondo lascia delle tracce, le apparenze, che sono, appunto, «le tracce della sua inesistenza, le tracce della continuità del niente.»
Ma in che senso tutto questo? Che significato ha questo delitto originale, in quanto originario del mondo?
Nel capitolo La genesi fittizia (p. 25) Baudrillard richiama il paradosso di Bertrand Russell e l’ipotesi formulata da Gosse. Il primo, in L’analisi della mente, immaginava che il mondo sia stato creato pochi minuti fa, laddove l’umanità ricorda un passato illusorio. Il secondo, invece, in Omphalos, propone l’ipotesi secondo cui tutti i fossili, compresi quelli umani, che testimoniano dell’origine e dell’evoluzione del mondo, altro non sarebbero, attenendoci alla Bibbia, che una simulazione di Dio allo scopo di farci credere di una storia anteriore alla creazione “violenta” avvenuta cinquemila anni fa. Baudrillard gioca con queste ipotesi, spingendole all’estremo: «se il passato irreale non è meno vero della nostra realtà oggettiva, allora essa non è più vera di questo passato irreale. È il caso di dire, con l’Ecclesiaste: “il simulacro non nasconde la verità, è la verità che nasconde il fatto di non esserci. Il simulacro è vero”.» Dio «diventa di colpo assai simpatico» e gli archeologi sono «destinati a un’incertezza definitiva». Ma anche qui non si tratta semplicemente e semplicisticamente, di una bizzarra e divertente ipotesi, dettata da una «fede cieca e sconsiderata» (quella di Gosse). La cosa si fa molto seria, escludendo il «pregiudizio della fede»: l’ipotesi di Gosse dà allora «accesso a orizzonti stupefacenti». Infatti tutto ciò si sta realizzando davvero, secondo Baudrillard, e ad opera dell’uomo stesso, attraverso la realtà virtuale.
Ma c’è di più. Se per Gosse le cose sono semplici, poiché nella sua ipotesi «la realtà esiste per autorità di Dio», in Baudrillard si pone una domanda tanto radicale quanto inquietante: «che fare, se questo stesso Dio è capace di creare simultaneamente il vero e il falso?» Siamo di fronte a una di quelle ipotesi abissali tanto care a Nietzsche: «improvvisamente, tutta l’estensione della realtà – presente, passato e futuro – diventa poco attendibile». Ma Baudrillard non si tira indietro, anzi con un certo maligno piacere afferma: «se Dio è capace di far sorgere un’illusione perfetta dell’era anteriore alla Genesi, allora la nostra realtà attuale è definitivamente inverificabile. Essa non è dunque un’ipotesi scientifica».
Qui Baudrillard compie quel passo estremo di fronte a cui Cartesio ha prima esitato, poi ripiegato, abbandonando l’ipotesi di Dio e introducendo quella del genio maligno. Non a caso Baudrillard dichiara poco prima: «non si tratta neppure di una manipolazione diabolica, poiché il germe dell’illusione è venuto da Dio». Baudrillard compie dunque, più o meno esplicitamente, quel passo che Cartesio non ha voluto compiere; un passo che gli consente di sopravanzare il filosofo francese facendogli guadagnare una prospettiva inedita rispetto a questi, e a tutta quella scienza che si fonda sul cogito cartesiano.
Si tratta di una prospettiva, sicuramente non nuova (si pensi soltanto, ancora una volta, a Nietzsche), ma che nel contesto baudrillardiano consente di gettare nuova luce sul delitto perfetto. È il delitto originale, il reato con il quale il mondo nasce nella sua temporalità, nascondendosi dietro le apparenze per lasciare una traccia della propria nullità.

È in questo quadro che va inserito il concetto di un’illusione uccisa, sterminata. Grazie a quel passo compiuto da Baudrillard, infatti, si scopre che il mondo non è fondato che sull’illusione. Si potrebbe dire, heideggerianamente, che il fondamento dell’essere è, in ultima istanza, il nulla. Ed è proprio su questa linea che si muove Baudrillard.
Il fatto che il mondo sia un’illusione deriva dalla sua imperfezione radicale. Se tutto fosse stato perfetto, il mondo non esisterebbe affatto, e se disgraziatamente lo ridiventasse, non esisterebbe più. È questa l’essenza del delitto: se è perfetto non lascia più tracce. È quindi il carattere accidentale, criminale, imperfetto del mondo a renderci sicuri della sua esistenza. Esso perciò può darsi a noi soltanto come illusione. (p. 14)
È chiara qui l’affinità con le posizioni di Nietzsche. Lo stesso Baudrillard, poco dopo, lo cita espressamente: «La volontà di apparenza, d’illusione, d’inganno, di divenire, di cambiamento (d’inganno oggettivo) equivale a qualcosa di più profondo, di più originario, di più metafisico della volontà di verità, di essere, di realtà: questa volontà non è che una forma della volontà d’illusione». Questo acuto passo nietzscheano, ribadendo l’originarietà dell’illusione, mette in luce anche un altro aspetto del mondo: la realtà altro non è, in fin dei conti, che illusione. Ma la volontà vuole a ritroso se stessa, vuole riappropriarsi della propria genesi, tanto per rimanere in campo nietzscheano:
Il mondo è dunque un’illusione radicale. È un’ipotesi come un’altra. Un’ipotesi comunque insopportabile. E per scongiurarla, bisogna realizzare il mondo, dargli lo statuto di realtà, farlo esistere e significare a ogni costo, togliergli ogni carattere segreto, arbitrario, accidentale, scacciare da esso le apparenze ed estrarne il senso, toglierlo a ogni predestinazione per restituirlo al suo scopo e alla sua massima efficacia, strapparlo alla sua forma per restituirlo alla sua formula. La simulazione è precisamente questa gigantesca impresa di disillusione – letteralmente: di messa a morte dell’illusione del mondo a beneficio di un mondo assolutamente reale. (p. 21)
Baudrillard, in pratica, compie un salto mortale, rovescia il punto di vista (capovolgimento di tutti i valori?) e mostra la fondamentale importanza dell’illusione, di contro alla simulazione: «ciò che si oppone alla simulazione non è dunque il reale, che ne costituisce solo un caso particolare, è l’illusione». E «l’illusione del mondo è… il modo in cui le cose si danno per quello che sono, laddove non ci sono affatto».
A questo punto la questione diventa affatto spinosa, poiché le nostre preoccupazioni sulla realtà sembrano subire uno smacco incredibile: «non c’è crisi della realtà, proprio al contrario: ci sarà sempre più realtà, poiché è prodotta e riprodotta dalla simulazione, e non è essa stessa che un modello di simulazione.» Forse, però, anziché smarrirci, alla luce del concetto di “delitto originale”, ora abbiamo piuttosto compreso il legame intimo tra illusione e realtà, e tra l’uccisione di questa e lo sterminio di quella, che è l’essenza stessa del mondo. Ma allora perché, in questa dialettica tra simulazione ed illusione, la realtà diventa un «modello di simulazione»?

Ovviamente, il vero delitto lo ritroviamo nell’“altro versante” di questo delitto perfetto. Il motivo è molto semplice: il vero delitto non consiste nel fatto che ci sia un omicidio, ma nel fatto che venga ucciso qualcuno. È la sottrazione dell’altro, non già la presenza del carnefice, a costituire il delitto. Se non ci fosse quest’altro versante lo scritto di Baudrillard non sarebbe mai potuto essere, tanto più che siamo di fronte a un delitto perfetto, dove manca sia la vittima sia il carnefice. Ed è appunto proprio questa mancanza a costituire il vero e proprio delitto.
All’inizio della seconda sezione del libro (intitolata appunto L’altro versante del delitto) leggiamo:
Col virtuale entriamo non solo nell’era della liquidazione del Reale e del Referenziale, ma in quella dello sterminio dell’Altro. È l’equivalente di una pulizia etnica che non riguarderebbe solo singole popolazioni, ma si accanirebbe contro tutte le forme di alterità. (p. 113)
Perché quest’altro versante sia, tout court, il delitto perfetto, ce lo spiega poco dopo lo stesso Baudrillard:
Se l’informazione è il luogo del delitto perfetto contro la realtà, la comunicazione è il luogo del delitto perfetto contro l’alterità.
Non vi sono più altri: la comunicazione.
Non vi sono più nemici: la negoziazione.
Non vi sono più predatori: la convivialità.
Non vi è più negatività: la positività assoluta.
Non vi è più morte: l’immortalità del clone.
Non vi è più alterità: identità e differenza.
Non vi è più seduzione: l’indifferenza sessuale.
Non vi è più illusione: l’iperrealtà, la Virtual Reality.
Non vi è più segreto: la trasparenza.
Non vi è più destino.

Il delitto perfetto.
Ora, è proprio la mancanza di tutti questi elementi (altri, nemici, predatori etc.) che rende possibile l’individuazione e la denuncia di un delitto. Infatti, se nessuno denunciasse la scomparsa di una certa persona, nessuno si accorgerebbe mai che c’è stato un delitto commesso. L’altro versante del delitto è, insomma quell’effetto di mancanza prodotto dal delitto stesso, che può essere registrato e denunciato.
È, precisamente, quello che fa Baudrillard.
Tutta la seconda sezione del libro è volta a mettere in luce la scomparsa di queste forme dell’alterità. «Ciò di cui siamo vittime, e non allegoricamente, è un virus distruttore dell’alterità». Il mondo senza donne di Virgilio Martini vuol essere appunto, secondo Baudrillard, l’«allegoria terrificante dello sterminio di ogni alterità, di cui il femminile è la metafora, e forse qualcosa in più della metafora».
In una loro canzone, i 99Posse cantano: «Se tutto intorno è bene allora chi tutela il male quando il bene si prepara ad ammazzare?» Esprimendo il disagio sociale per un’opprimente presenza dello stato, il discorso dei 99Posse è grosso modo lo stesso di quello che Baudrillard sviluppa in queste pagine (peraltro in un contesto alquanto diverso): ciò che si sta perpetrando sotto i nostri occhi è appunto uno sterminio del Male, della negatività, dell’altro, insomma; sterminio non dissimile da quelli avvenuti nelle Americhe ai danni delle popolazioni locali, o quello avvenuto in Europa ai danni degli ebrei – solo per fare degli esempi. Un delitto che, sottraendo l’altro, il negativo, sottrae la possibilità stessa di una feconda dialettica: «è molto più grave essere spossessati dell’altro piuttosto che di se stessi. La privazione dell’altro è peggio dell’alienazione: un’alterazione mortale, per liquidazione dell’opposizione dialettica stessa». Si tratta di un processo che porta, in breve, alla scomparsa dello stesso soggetto.
Ci siamo battuti contro la negatività e la morte, estirpando il male in tutte le sue forme. Eliminando il lavoro del negativo, abbiamo scatenato la positività, ed essa oggi è diventata assassina. Liberando la reazione a catena del positivo, abbiamo liberato al tempo stesso, per un effetto perverso, ma perfettamente coerente, un’intensa patologia virale. Infatti il virus, lungi dall’essere negativo, risulta al contrario da un’ultrapositività, di cui è l’incarnazione micidiale. Insieme a questo ci erano sfuggite pure le metamorfosi del male, che seguono come la loro ombra i progressi della ragione.
Tutto ciò sta avvenendo, molto concretamente, in ogni aspetto della vita quotidiana. La donna, ad esempio, «è realmente scomparsa, se non fisicamente, per lo meno sotto l’azione di una femminilità sostitutiva». Ma «ciò vale d’altronde anche per l’uomo, poiché egli trasferisce la propria femminilità rubata nello specchio teatrale del ruolo e dell’idea della donna». E così la differenza fra i sessi, una differenza fittizia ricreata sulla base di un modello ideale di donna, «culmina inesorabilmente nell’indifferenziazione». Questo fenomeno, che ha condotto, anziché all’uguaglianza dei diritti, alla indifferenziazione sessuale, ha in verità radici identiche a processi a prima vista diversi.
Nel capitolo Il nuovo ordine vittimale Baudrillard nota come «tutte le forme di discriminazione maschilistica, razzistica, etnica o culturale derivano dalla stessa disaffezione profonda e da un lutto collettivo, quello di un’alterità defunta su uno sfondo di indifferenza generale». Ma d’altra parte, l’aiuto umanitario è fondato sulla stessa indifferenza e cerca l’altro «sotto forma di vittime da soccorrere». In passi che ricordano fortemente il Nietzsche della Genealogia della morale, Baudrillard – trattando della guerra a Sarajevo – scrive: «Bisogna andare a rifarsi una realtà là dove c’è sangue. Tutti questi “corridoi” che apriamo per spedire [ai bosniaci] i nostri viveri e la nostra “cultura” sono in realtà corridoi di miseria, attraverso cui importiamo le loro forze vive e l’energia della loro sventura». In altre parole «esaminiamo i molteplici segni della sventura per dimostrare l’esistenza di Dio mediante il Male, come esaminiamo la miseria degli altri per dimostrare, negativamente, la nostra esistenza». Ma questa, lungi dall’essere una rinascita – per quanto misera – dell’Altro, non è che una «sintesi artificiale dell’alterità». «Il delitto, infatti, è perfetto solamente quando sono scomparse anche le tracce della distruzione dell’Altro».

A questo punto possiamo già provare a tirare le somme. La scomparsa dell’Altro è strettamente legata, nel discorso baudrillardiano, allo sterminio dell’Illusione: liquidando l’altro, il negativo, il nulla, si abolisce il fondamento sul quale poggia l’esistenza, in un’identificazione – indifferenziazione – di tutto con tutti, in un delirio del positivo, del reale. È proprio qui che si compie il delitto perfetto: il reale si nullifica nella sottrazione del nulla. Ecco perché lo sterminio dell’illusione è, in ultima istanza, l’omicidio del reale. L’illusione radicale del mondo, svanendo, richiude quella frattura originaria che è, in fondo, la vita. Non a caso Baudrillard parla anche del Big Bang, nel quale «le particelle e le antiparticelle sono prodotte in ugual numero».
Ecco dunque il Niente, il Vuoto, «scena primitiva dell’illusione materiale». È cioè dal rapporto tra materia e antimateria che nasce questa illusione materiale del mondo: «occorrerà che questa simmetria sia rotta perché si instauri una materialità sottomessa a leggi, un’imperfezione in cui emergono corpi reali».
Ma se dall’imperfezione nasce il reale, la vita, allora la perfezione sarà delittuosa: «sull’altro versante si profila il delitto perfetto: la distruzione di ogni illusione, la saturazione mediante la realtà assoluta». Ciò che si profila qui è un’ipotesi quanto mai inquietante: all’inizio c’è l’illusione assoluta, rotta dalla nascita dei corpi reali, alla fine della storia si staglia invece la realtà assoluta. Ma questa realtà assoluta, lungi dall’essere un mondo auspicabile, è in definitiva la tomba dell’esistenza.
Con l’avventura della tecnica siamo coinvolti nel completamento di ciò che è cominciato con la dispersione del vuoto iniziale: l’annientamento del vuoto, di questa illusione perfetta, in nome di una realtà compiuta – l’equivalente dell’entropia totale –, la cui scadenza è incalcolabile. Ma essa può accelerarsi imprevedibilmente, in funzione del processo di crescita dell’informazione. (p. 67)
Questo stadio ultimo dell’universo è forse inevitabile, quindi, ma il problema non sta tanto nella sua inevitabilità, bensì nell’accelerazione del suo arrivo. E questa accelerazione sta avvenendo grazie alla tecnica: il virtuale, l’informazione, la comunicazione. La tecnica smantella il mondo per ricostruirlo nel virtuale, distrugge la materia per riorganizzarla nella sintesi biochimica, annienta lo spazio per reinventarlo nel cyberspazio. Emblematico può essere l’esempio dell’economia: in economia classica, la natura non rientra nei calcoli non essendo quantificabile – il bene naturale viene definito illimitato; non è dunque razionale. Oggi gli economisti invocano una natura “artificiale” che sostituisca i beni naturali, potendo così rientrare nel calcolo economico, in quanto prodotto da una qualche azienda. Natura razionale, quindi, di contro alla naturale “naturale”: biochimica, appunto.
È proprio in base a questo processo che il reale si dilegua: liquidando l’illusione, liquidiamo di fatto la realtà stessa, per costruirne una a nostra immagine e somiglianza. Questo è il senso teoretico della informazione, della telecomunicazione e del virtuale: la “notte in cui tutte le vacche sono nere” diventa un giorno in cui tutto brilla di luce propria.
La minaccia tecnoinformatica è quella di una soppressione del buio, della preziosa differenza fra giorno e notte, mediante un’illuminazione totale di tutti gli istanti. Prima i messaggi sfumavano su scala planetaria, con la distanza. Oggi un’insolazione mortale e una profusione accecante ci minacciano, per il feed-back incessante di tutta l’informazione su tutti i punti del globo. (pp. 58-59)
Siamo di nuovo di fronte all’indifferenziazione, all’indistinzione, alla liquidazione dell’altro e – quindi – al suicidio del sé, una liquidazione e un suicidio coperti immediatamente e definitivamente da un sé e da un altro riprodotti artificialmente sullo schermo. Si potrebbe quasi dire che nella caverna del suggestivo mito platonico è stato inserito un maxischermo a cristalli liquidi che riproduce delle ombre perfette, ben più reali del mondo che si trova fuori; il che elimina completamente il problema di liberarsi dalle catene: sarà possibile godersi il mondo rimanendo comodamente incatenati! Al che verrebbe da domandare, con Baudrillard:
E’ meglio essere là dove non bisogna essere, ma dove c’è qualcosa da vedere (in qualsiasi posto, ma non davanti alla televisione), oppure essere là dove bisogna essere, ma dove non c’è niente da vedere (davanti allo schermo)? (p 74)

Insomma, l’uomo pazzo è tornato, ma questa volta non urla la morte di Dio, piuttosto sussurra con un ghigno sommesso la scomparsa definitiva dell’uomo, per effetto della scomparsa delle cose attraverso la simulazione. Si tratta di un vorticoso delirio della ragione che, di fronte al fatto –insopportabile – della fondamentale irrazionalità del mondo, nasconde, liquidandolo, il mondo per ricostruirlo in base ai criteri della simulazione, apogeo della razionalità: tanto che Baudrillard può arrivare, senza peraltro peccare di troppa fantasia, a immaginare un futuro nel quale si farà del reale «un’attrazione speciale, una messa in scena retrospettiva, una riserva naturale: “In diretta dalla realtà! Visitate questo strano mondo! Concedetevi il brivido del mondo reale!”» La ingens sylva di Vico sarà allora del tutto bruciata, l’uomo avrà definitivamente bruciato il suo corpo, ma cosa resterà, allora, dell’uomo? Sarà l’ora della civetta hegeliana.
«Ciò che è razionale, è reale; Ciò che è reale, è razionale».
Vero, verissimo! Ma è altrettanto vero che «il reale cresce, cresce, un giorno tutto sarà reale, e quando il reale sarà universale, sarà la morte».
A questo punto si tratterà di vedere se i fannulloni della piazza, che a suo tempo non udirono il grido dell’uomo pazzo, riusciranno adesso a capire il fievole sussurro ironico di Jean Baudrillard.

Diego Rossi

Eduardo De Filippo

 


mercoledì, 10 giugno 2009

"Ciò che conta è tutto dentro di noi....

Se tracci col gesso una riga sul pavimento,
è altrettanto difficile camminarci sopra che avanzare sulla più sottile delle funi.
Eppure chiunque ci riesce tranquillamente perché non è pericoloso.
Se fai finta che la fune non è altro che un disegno
fatto col gesso e l'aria intorno è il pavimento, riesci a procedere sicuro su tutte le funi.
Ciò che conta è tutto dentro di noi; fuori nessuno può aiutarci.
Non essere in guerra con te stesso: così... tutto diventa
possibile, non solo camminare su una fune, ma anche volare.
da "Imagination" di Hermann Hesse

E tutto insieme, tutte le voci,
tutte le mete, tutti i desideri,
tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male,
tutto insieme era il mondo.
Tutto insieme era il fiume del divenire,
era la musica della vita.
da "Siddharta" di Hermann Hesse

Giovanni Allevi - Come Sei Veramente


mercoledì, 03 giugno 2009

L'amore nel tantra...

“I rapporti non sono qui per renderci felici o appagati. Se voi continuate a perseguire il fine della salvezza attraverso una relazione, continuerete a restare delusi. Ma se accettate che la relazione è qui per rendervi consapevoli anziché felici, allora il rapporto vi offrirà davvero salvezza, e voi potrete allinearvi alla Consapevolezza Superiore che vuole nascere in questo mondo. Per coloro che si attengono ai vecchi schemi, vi saranno ancor più dolore, violenza, confusione e pazzia.”
"Il Tantra si fonda sulla vita. Il Tantra è l'arte di vivere e di amare. Il Tantra è il metodo attraverso cui entri in rapporto con la tua sensualità, con la tua fisicità, con la tua sessualità. E tu ne hai paura perché ti è stato detto che in tutto questo c'è qualcosa di malato. Hai paura di incontrare il tuo corpo e il corpo dell'altro, perché in profondità temi di fronteggiare il tenore assoluto della morte nel sesso, quando sesso tocca un punto estremo".
«Il sesso è una piccola morte e proprio per questo è in grado di donare gioia. Per un istante ti perdi, e quell’istante è l’orgasmo. In quell’istante sei pura energia, che vibra e pulsa. Senza un centro, senza un ego. Esci da te stesso, diventi vasto, immenso».

Osho

L’amore nel tantra” parla proprio di questo, di come è possibile diventare immensi, cioè perdersi nel mare dell’esistenza, fondersi in esso e trasmutare da goccia a mare.

Il Tantra è una disciplina antica, ma conserva una fresca vitalità per la sua componente “giocosa”. Non a caso conosce una diffusione crescente nel mondo occidentale, sempre più sessualizzato, ma dove ci si sente anche sempre più soli. I seguaci del Tantra cercano la felicità nel disordine del gioco, che è parte di un più vasto gioco cosmico e rappresenta la miglior prova d’amore. In molti associano il Tantra solo al sesso, invece la filosofia tantrica è soprattutto una forma di meditazione, e se il sesso riveste una grande importanza è principalmente per il suo potere di cambiare la nostra vita più di ogni altra cosa.

“La parola Tantra viene dal sanscrito ed è composta da due parti: Tan che significa Espansione e Tra che significa Metodo. II Tantra, quin_di, non è una religione né una filosofia ma è un metodo per espandere la consapevolezza.
Il Tantra è un metodo olistico, cioè si occupa della trasformazione dell'individuo nella sua totalità. Normalmente, a causa dei condizionamenti sociali, culturali e religiosi, pensiamo che l'energia sessuale sia un'energia "bassa" o "sporca". Il Tantra, invece, accetta questa energia come parte integrante dell'individuo. Nasciamo dal sesso e tutto ciò che facciamo ogni giorno è spinto dall'energia sessuale. Il sesso quindi è visto come fonte di vitalità, gioia e amore. Il lavoro col Tantra è essenzialmente un lavoro di "pulizia" dell'energia sessuale, pulizia dai tabù, condizionamenti, falsi preconcetti e idee che non ci consentono di vivere una sessualità sana e libera.
Tutto ciò che ci aiuta a vivere bene nel presente, nel corpo, qui-e-ora è sacro. Nel Tantra la spiritualità non è una vetta da raggiungere, non è qualcosa per pochi eletti o da praticare in un tempio. Nel Tantra il corpo è il tempio di Dio e questo è il primo passo da fare: imparare ad amare se stessi, il proprio corpo per poi estendere questo amore e questo rispetto ad un altro essere umano, poi al nostro amato, poi all'intera umanità, poi a tutti gli esseri viventi, ed infine a tutto il creato. Il Tantra è la via del cuore, la via del coraggio .... che poi è l'elemento fondamentale per ogni trasformazione.
L'espressione FARE l'amore in sé non è corretta. L'amore non si fa, l'amore accade. Nel Tan_tra ciò che impariamo è proprio il non-fare. Solamente quando siamo completamente abbandonati e fiduciosi che l'esistenza ci darà ciò di cui abbiamo bisogno, solo allora possiamo veramente goderci quello che c'è qui-e-ora. Ed è sempre la cosa giusta. Ma la nostra mente è abituata a giudicare, a separare, a dire "questo è giusto e quello no" oppure "dovrei fare questo o quello", anche mentre facciamo l'amore! Grazie al Tantra possiamo imparare ad entrare più in contatto col nostro corpo, coi nostri sensi, rivolgendo l'attenzione a ciò che accade a noi, dentro ...e finalmente comprendere che andiamo bene così come siamo e non c'è nulla da fare. Come conseguenza, ovviamente, cambia anche il modo in cui amiamo...
Spesso pensiamo che la fonte del nostro piacere sia da attribuire al partner o, viceversa, crediamo che lui o lei non siano abbastanza "bravi" sessualmente per farci provare piacere. In realtà la nostra capacità di sentire la nostra energia non dipende dall'altro, il partner è solo la scintilla che può accendere il nostro fuoco. Quindi nel tantra si comincia da se stessi
Quando lavori sulla tua energia sessuale in realtà stai lavorando su tutto il tuo essere, a tutti i livelli. Il tantra non è un metodo rivolto esclusivamente a chi vuole migliorare la propria vita sessuale, è un metodo olistico. Praticando tantra si porta la qualità della meditazione in tutte le cose della vita quotidiana: nel lavoro, nelle relazioni, in tutto!”
Intervista di Tarisha a Ma Krishna Radha (Camilla Luglio) insegnante di meditazione che ha vissuto e lavorato per 20 anni col maestro illuminato Osho a Pune, India.