...le cose si scoprono, si conoscono, solo grazie all'osservazione.
vivo consapevolmente ogni attimo







Storia del TIP TAP
Parola onomatopeica perchè riproduce il suono della scarpa battuta ritmicamente sul pavimento. Si tratta di un'azione di percussione effettuata alternativamente col tacco e con la punta.
I balli basati sul passo 'sonoro' tacco-punta, erano presenti in Europa già all'inizio del XIX secolo. Pare che la patria di questo tipo di ballo sia l'Irlanda, dove, già alla fine del 1500, si ballava la famosa giga (jig), una danza di ritmo ternario, in tempo di 6/8, che diventò danza di corte durante i secoli XVII e XVIII.
Indipendentemente dai nomi, diversi l'uno dall'altro, a seconda della regione geografica, la tecnica era sostanzialmente la stessa: utilizzare i piedi al posto degli strumenti di percussione. I nomi rimasti famosi, fra questi balli di varia origine, sono:
- zapateado: figura presente nel flamenco spagnolo;
- giga irlandese o clog dance, da cui è nato il tip tap. La storia del tip tap nasce proprio nel contesto dei balli a podo-percussione.

C'era una volta la clog dance
La clog dance è la famosa danza degli zoccoli nata alcuni secoli fa in Irlanda. Era la danza delle popolazioni contadine che la eseguivano nelle più importanti ricorrenze con una tecnica particolare e del tutto originale rispetto agli altri balli. Calzando delle scarpe con una doppia suola di legno, i ballerini battevano il pavimento con i piedi ad una velocità impressionante, sui ritmi vivaci. Il record numerico di tali battute arrivava a quattro colpi al secondo ed oltre, fino ad un massimo di 260 al minuto. Il ballo consisteva esclusivamente in questo movimento dei piedi: le altre parti del corpo restavano ferme. In una fase iniziale, per molti decenni, questo ballo veniva eseguito da un solo danzatore, che si esibiva all'interno di un cerchio di persone. Successivamente divenne ballo di coppia e, ai movimenti dei piedi, si unirono quelli delle braccia.
Tra le masse di emigrati irlandesi che si spostarono negli USA verso la metà del XIX secolo, capitarono parecchi ballerini di clog dance. Costoro non rinunciarono al caro ballo della loro terra: lo insegnarono ad altri emigrati e lo introdussero in molti ambienti negri. Alcuni musicisti e danzatori neri ne colsero l'originalità e, in collaborazione con gli irlandesi , ne ricavarono una nuova danza chiamata Tap Dance.
La Tap Dance si diffuse in tutta l'America e, fino alla fine del secolo XIX, fu sottoposta a perfezionamenti tecnici e stilistici. Per potenziare gli effetti delle podo-percussioni si arrivò a concepire (e costruire) particolari scarpe da ballo con dei rinforzi metallici ai tacchi e alle punte.
Nel 1902 l'impresario Ned Wayburn portò la tap dance sulle scene avviando un processo di interesse e di curiosità attorno a questo modo di ballare. Con i primi films di Fred Astaire le masse si avvicinarono molto a questa danza. Negli anni '40 e '50 la tap dance diventò un ballo di moda.
In Europa si diffuse attraverso spettacoli di palcoscenico e films hollywoodiani.
Nel nostro Paese fu portata nelle sale col nome italianizzato di TIP TAP.
da www.superballo.it/fuoripista/tiptap.html
Jumpin Jive - Cab Calloway and the Nicholas Brothers
ECCEZIONALE!!!! Fred Astaire definì questa performance
"il più grande numero di danza mai filmato!"
Gregory Hines + Briggs + Slyde + Brown + Sims
Gregory Hines + American Tap Dance Orchestra

Che tu abbia sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle!
George Jung
Rossy... guarda un pò le coreografie!!! ....remember?!?
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Non arrivo a strapparmi dal ricordo quelle parvenze, quelle musiche, quei gesti che esprimevano, senza parole, un eccellente tipo di linguaggio muto.
Shakespeare "La Tempesta"

Il Lago dei cigni (Lebedinoe ozero), il primo balletto di ÄŒajkovskij, fu realizzato su commissione di Vladimir Begicev, sovrintendente del Teatro Imperiale di Mosca, nel 1875 per essere rappresentato il 4 marzo 1877 al teatro Bol’soj della capitale russa. La coreografia di Ijly Reisinger conteneva tagli e manomissioni inverosimili alla partitura; l’allestimento misero, i ballerini di scarsa personalità e il disegno coreografico povero di idee, nonché la mediocre esecuzione dell’orchestra, fecero del balletto un fiasco completo: tuttavia il balletto venne rappresentato nei sei anni successivi ben quarantuno volte. Dobbiamo aspettare il 1895, dopo la scomparsa del compositore, per ottenere quel trionfo che da allora si è sempre rinnovato: grazie alla coreografia di Marius Petipa (che si era occupato anche degli altri due balletti, La bella addormentata e Lo schiaccianoci) e di Lev Ivanov, il Lago dei cigni divenne il balletto più noto al mondo intero.
Il libretto, scritto dallo stesso Begicev insieme al ballerino Vasilij F. Geltzer, è basato su una antica fiaba tedesca, Der geraubte Schleier (Il velo rubato), secondo il racconto di Jophann Karl August Musäus. ÄŒajkovskij aveva composto la musica del balletto diversi anni prima, per intrattenere i figli di sua sorella Sasha, sposata con Le Davidov e stabilitasi a Kamenka (Ucraina) – dove il compositore era solito trascorrere le vacanze.
Il Lago dei cigni racconta la storia del giovane principe Sigfrido, che si innamora di Odette, la Regina dei Cigni, una donna che di giorno si trasforma in cigno a causa di un incantesimo operato da uno stregone. Odette spiega che è destinata a rimanere nelle sembianze di questa creatura, finché non verrà salvata dall’amore eterno di un uomo. Incantato dalla sua bellezza, il Principe promette il suo eterno amore ottenendo la fine dell’incantesimo, ma in seguito, durante la festa in onore del suo ventunesimo compleanno, viene ingannato dallo stregone Von Rothbart a dichiarare il suo amore ad Odile, una gemella malvagia di Odette che ne aveva assunto le sembianze. Sigfrido invita Odile a danzare con lui ma l’atmosfera si oscura improvvisamente: da un archivolto del castello si ha un rapido colpo d’occhio di Odette, trasformata in cigno. Compreso il suo inavvertito tradimento, il Principe si precipita al lago: Odette, dal cuore spezzato da quello che crede sia il tradimento del Principe, cerca conforto tra le braccia delle sue compagne in riva al lago. Raggiunta Odette, Sigfrido ne scongiura il perdono ma la fanciulla muore di crepacuore nelle sue braccia.
L’introduzione del primo atto delinea da subito il contenuto emozionale dell’intero balletto proponendoci il primo tema del cigno, finché non si alza il sipario (n. 1) per la festa della maggiore età del principe Sigfrido; agitate figure degli archi generano un’atmosfera d’attesa che sfocia nel fortissimo tema principale, finché una seconda idea contrastante rallenta il movimento su un andamento popolaresco. Iniziano le danze (n. 2) con il celebre valzer dell’intero corpo di ballo e la scena successiva (n. 3), di carattere narrativo, annuncia l’arrivo della principessa madre; il ritornato tema principale lascia il passo a ad una serie di numeri di danza. Il primo è il Pas de trois (n. 4) composto da sei sezioni: Intrada, una melodia per archi e legni con l’arpa sullo sfondo seguendo il motivo di una canzone popolare francese; Andante sostenuto, raffinato episodio su un duetto a canone tra oboe e fagotto; Allegro semplice – Presto è una vivace polka annunciata dal clarinetto; il marcato Moderato e per contrasto un Allegro assai leggero e l’allegro vivace della Coda.
Seguono le danze dei contadini, nel successivo Pas de deux (n. 5) la cui Coda conta un singolare effetto delle percussioni e il Pas d’action (n. 6) del tutore Wolfgang seguito da tutto il corpo di ballo. Quindi una breve Pantomima (n. 7) conduce alla Danza delle coppe (n. 8); nel frattempo il passaggio di uno stormo di cigni in volo è il pretesto per una battuta di caccia. Ecco quindi comparire improvvisamente il celebre tema del cigno (Andante) nel Finale (n .9), cantato all’inizio dall’oboe sui tremoli degli archi e gli arpeggi degll’arpa con la sua misteriosa inquietudine che porta infinein un’atmosfera ottimistica e appassionata.
L’atmosfera iniziale del secondo atto «suggerisce il paesaggio montano immerso nelle tenebre, con un lago illuminato dal chiaro di luna. La Scena (n. 10) ripropone all’inizio il famoso tema: «qui è da notare il geniale procedere della risposta al tema che, modulando attraverso vari gradi, continua originalmente e, nello stesso tempo, si contrappone alla fissità lunare della prima parte; nonché la riproposta del tema nella sonorita minacciosa dei quattro corni all’unisono e dei brevi accordi dei tromboni. La seconda sezione del tema è affidata agli archi e dopo il crescendo di tutta l’orchestra porta alla coda che, con malinconia, dal fortissimo si dissolve nel nulla» (Bellingardi). Nella nuova Scena (n. 11) i cacciatori prendono di mira i cigni, ma questi si trasformano in bellissime fanciulle. La loro guida è Odette e narra dell’incantesimo che le tramuta di giorno in cigni, e che può essere infranto soltanto da una promessa di matrimonio contratta al cospetto della morte. Sigfrido, già innamorato di Odette, la invita al ballo al castello (n. 12).
Le Danze dei cigni (n. 13) sono un divertissement composto da un Valzer iniziale, dall’assolo di Odette, e quindi da un secondo Tempo di valse, un Allegro moderato con un bel tema degli oboi con l’accompagnamento del fagotto. Segue un Pas d’action con protagonisti Odette e Sigfrido: un prolungato assolo dell’arpa introduce l’Andante non troppo, con il celebre assolo del violino e poi la ripresa del tema al violoncello con il violino in controcanto fino alla conclusione dell’Allegro dell’intera orchestra. Segue un terzo Tempo di valse con il sottotitolo “Tout le monde danse”, infine la Coda, un Allegro vivo che coinvolge tutto il corpo di ballo. In perfetta simmetria, viene riproposta (n. 14) per contrasto la soffusa magia dalla scena iniziale del secondo atto, per concludersi in dissolvenza.
Il terzo atto è dedicato alla festa nel palazzo del principe. Lo spirito distaccato, gioioso e rapido che contraddistingue l’Allegro giusto (n. 15) è la «musica di corte» vigorosamente proposta dall’intera orchestra. La breve seconda idea sottolinea l’ingresso della principessa-madre e di Sigfrido.
Seguono le Danses du corps de ballet et des nains (n. 16) e quindi La sortie des invites et la valse (n. 17) ad indicare l’entrata degli ospiti. E’ il culmine della festa, arrivano sei nobili principesse tra cui Odine che ha l’aspetto di Odette. «In questa scena (n. 18), teatralmente funzionale in senso narrativo, significativa è la modifica del ritmo del valzer in un 4/4, che genera un certo senso di fastidio e di oppressione. In particolare, alla presentazione di Odile il maleficio si esplicita in una scala discendente in crome (Allegro giusto) da parte di tromboni, fagotti, violoncelli e contrabbassi, sul tremolo in fortissimo dei violini e delle viole e sui secchi accordi dei fiati e delle percussioni. Una situazione fonica che si traduce in un clima di allucinazione e di magia: sogno o realtà? Il tema dell’incantamento amoroso riappare in modo violento, nella sonorità stridula dei legni al massimo della forza».
Nel Pas de six (n. 19) si torna però velocemente alla realtà con la Intrada e le Variazioni, una per ogni principessa: «la I Variazione per Odile, con il suadente motivo introduttivo del clarinetto, ripreso dal flauto dopo una sezione centrale dell’intera orchestra; la II Variazione, lamentosa e malinconica, con un crescendo drammatico e la conclusione, nel dialogo tra clarinetto e fagotto dolce e sinuosa; la III Variazione superficiale e piena di fascino, nei disegni degli archi con abbellimenti dei legni; la IV Variazione dal piglio vigoroso, ove un energico inciso di terzine conduce alla V Variazione che, da una cadenza dell’arpa, passa all’Allegro semplice con l’assolo dell’oboe, quindi al clarinetto per concludersi nel Più mosso dell’intero organico». Infine, la Coda ritmata nello stile prediletto dell’autore.
È il momento delle danze degli ospiti del castello, ciascuno contrassegnato da una precipua connotazione, un momento di rara varietà tra il popolaresco e l’esotico. Si inizia con la bellissima Danza ungherese (n. 20) cui ÄŒajkovskij ha aggiunto un grande pezzo da concerto, la Danza russa fino al conclusivo e vorticoso Allegro vivo. Un veloce tempo di bolero dà spazio alla preziosa Danza spagnola (n. 21) sul ritmo caratteristico delle nacchere. Segue la Danza napoletana (n. 22) spiegata dalla cornetta, in un geniale motivo di serenata che nel Presto si trasforma in una tarantella. Dopo la Mazurka (n. 23), che coinvolge tutti gli ospiti assieme, nell’ultima scena del terzo atto (n. 24) la madre di Sigfrido esprime soddisfazione nel vedere che suo figlio ha scelto la bella Odile, con cui ora sta danzando. L’atmosfera si oscura improvvisamente, Sigfrido scopre da fuori del castello Odette trasformata in cigno e si precipita fuori, nella notte in tempesta: siamo al culmine della tensione drammatica del balletto, e al termine del terzo atto.
Lo stile pudico, personalissimo di ÄŒajkovskij, si esprime del breve Entr’acte (n. 25) all’inizio del quarto atto, attraverso le soffuse sonorità degli archi e poi dei fiati, tra le cadenze argentee dell’arpa, in un clima di magia e di mistero. E’ la nuova scena sulle rive del lago, dove le compagne di Odette sono in attesa (n. 26). Tra sofisticati disegni dell’arpa e dei fiati, si giunge alle Danses des petits cygnes (n. 27) ove gli ottoni propongono una malinconica e ossessiva idea. Odette, con il cuore spezzato da quello che crede sia il tradimento del principe, cerca conforto tra le braccia delle sue compagne in riva al lago. Nella scena successiva (n. 28) la musica intensifica il convulso clima espressivo, esprime lo stato d’animo di Odette, offesa dal comportamento del principe. Raggiunta da Sigfrido, le muore tra le braccia. Dal lago si alza un’ondata e quando la scena, alla fine, si calma si scorgono in lontananza i cigni nuotare tranquilli sulla superficie delle acque. Nel final (n. 29) il tema del cigno ritorna in toni ostinati e veloci, scende poi nel turbinio dell'orchestra intera per esserne stravolto, è l'amore di Sigfrido morto insieme alla bella Odette. L'ineluttabile destino è compiuto: improvvisamente l'orchestra tace e lascia protagonista l'arpa e gli archi, che terminano il balletto in un'atmosfera fatale e chiudono magistralmente la vicenda amorosa.

Olio su Tela - Il lago dei cigni - Giuseppe Ferrando
Il lago dei cigni
Swan Lake dell'american Ballet con Angel Corella
"The singing butler" di Jack Vettriano
Solo il formicolio che partendo dal mio piede sinistro si inerpica fastidiosamente lungo tutta la coscia, mi riporta di botto al presente.
Mi accorgo così di essere rimasto per più di un'ora in contemplazione, non senza una sorta di piacevole turbamento, di un quadro che tra tanti altri ha catturato completamente la mia attenzione.
La scena raffigurata è molto semplice, ancorché singolare.
Su uno sfondo di nubi grigie e pesanti, bucherellate qua e là da sprazzi di cielo azzurro (un temporale in arrivo? Una tempesta or ora passata?) una coppia di aristocratici ballerini sta muovendo leggeri passi di danza sulla sabbia bagnata di una spiaggia deserta (chissà perché mi dà l'idea di essere un tango, quello fissato nel dipinto, anche se c'è più distacco che passione nel volto dell'uomo).
I due non sono soli; alle loro spalle due domestici, impacciati dal vento che muove i loro ombrelli come instabili vele, cercano di riparare (compito arduo il loro!) le figure rapite da una musica che sembra esistere solo nella loro mente, dalle gocce di pioggia che presto (o che ancora per poco) cadranno.
Le ombre dei quattro soggetti si scompongono in un gioco di colori creato dall'acquitrino sabbioso ai loro piedi. La prima cosa che balza all'occhio è il totale contrasto dei colori caldi della sabbia col buio del cielo, il tutto diviso dalla perfetta, sottile striscia blu scuro del mare.
Detta così, il quadro di cui sto parlando potrebbe sembrare, al di là del semplice giudizio estetico che è sempre e comunque soggettivo, uno dei tanti.
Allora cos'è che ha catturato la mia attenzione obbligandomi a rimanere immobile come uno stoccafisso, per rimirare rapito quella scena?
Ci sono! La curiosità un po' da voyeur per quella strana situazione. Quale oscura forza ha portato i due ballerini su quella spiaggia bagnata? Perché rischiare di prendere un acquazzone per un semplice ballo?
Una banalissima passione per la danza? Alquanto improbabile.
Sembra che dal dipinto scaturisca una potenza misteriosa, quasi un destino ineluttabile che impone ai due personaggi di trovarsi lì, in quel posto, e proprio in quell'istante.
E allora?
Forse i due si sono incontrati dopo tanto tempo e travolti dal vortice della passione per un amore ritrovato hanno deciso di festeggiare come sappiamo.
La cosa non mi convince. La presenza dei domestici sembrerebbe contraddire questa ipotesi.
Un convegno amoroso, soprattutto se frutto di una passione riesplosa dopo aver a lungo covato sotto la cenere della lontananza, non vuole testimoni. Il ritrovarsi di due amanti è cosa di un'intimità irrinunciabile.
Ripeto. E allora? Forse ci sono.
La passione tra i due c'è stata, è innegabile. La donna, ritratta di spalle nel suo vestito rosso lungo, non è di quelle che passano inosservate, per lei un uomo può anche decidere (ma il termine è improprio in quanto questa non è mai una scelta presa coscientemente) di perdersi.
Lui, nel suo elegante abito nero la guida sicuro, con la testa occupata da un groviglio di sentimenti contrastanti, e comunque coi suoi pensieri già proiettati verso una nuova storia.
Un amore agli sgoccioli. Un ballo, lungo, d'addio.
E la presenza dei domestici?
Che importa? Quando non c'è più nulla da salvare, nella disperazione di un ultimo saluto, nello spegnersi di una passione si è sempre e comunque soli, anche se dovessero esserci migliaia di persone intorno.
In quel definitivo abbraccio, tutto il resto si annulla. Scompaiono le altre due figure, scompare la pioggia col suo cielo plumbeo, scompare la sabbia e anche il mare.
Solo un ultimo, disperato tango.
Poco distante l'artista è in piedi, a rimirare soddisfatto un suo dipinto che altri non è che un'esplosione di giallo, giustamente orgoglioso del suo lavoro.
Sono tentato di avvicinarlo e chiedere spiegazioni in merito al quadro a cui io, del tutto arbitrariamente ho deciso di affibbiare il titolo "Un lungo addio".
Mi verrebbe da domandargli: «E allora, Maestro, lei che è l'autore dell'opera, ha voglia di raccontarmi la storia dei due ballerini sulla spiaggia, visto che tutto è comunque nato e si è svolto nella sua testa?»
Ma mi trattengo dal farlo. Frenato dalla discrezione che la situazione richiede, mi fermo giusto in tempo. Mi sembrerebbe di togliere qualcosa ai due ballerini, di diventare il terzo incomodo in aggiunta ai due domestici, e non ho alcuna intenzione di mettere in atto una tale indelicatezza.
E poi... un mistero svelato perde tutto il proprio fascino.
Meglio lasciare i due amanti soli, persi nel silenzio di una musica che suona solo per loro, abbandonati al loro ultimo, disperato tango.
racconto inedito di Giuseppe Ciarallo
http://www.youtube.com/watch?v=6oQDegGBqzA
Com'è soave l'amore quand'è sincero da entrambe le parti, è un airone bianco sulla neve: l'occhio non lo separa.
Anonimo giapponese
Ed io che intesi quel che non dicevi, m'innamorai di te perché tacevi.
Guerrini
Senza fine le onde del mare di Ago salgono e scendono la riva rocciosa. Senza fine il mio amore.
Poeta giapponese ignoto
GRAZIE AMORE MIO!!!
"La mia danza...la mia passione!!!"
Mata Hari
La danza è una poesia in cui ogni parola è un movimento.
Simonide
La danza è una poesia muta; la poesia è una danza parlata.
Irkin Sultanov
La danza, come la vita, è ricca di fantasia, piena di armonia e ha un linguaggio universale, è un sogno di gioia, che si realizza ogni giorno, imparando passo a passo il difficile mestiere di un danzatore. La danza fa parte della nostra vita.
Kahlil Gibran
Cantate e danzate insieme e siate felici, ma fate in modo che ognuno di voi sia anche solo, come sono sole le corde di un liuto, sebbene vibrino alla stessa musica.
L'anima del filosofo veglia nella sua testa,
l'anima del poeta vola nel suo cuore,
l'anima del cantante vibra nella sua gola...
ma l'anima della danzatrice vive in tutto il suo corpo.

Come la rosa per l'occidente il loto è per l'oriente il più significativo e importante tra i simboli floreali ed è ricco di significati e allusioni.
Indica spiritualità, è simbolo di purezza e dell'armonia cosmica. Il loto è considerato sacro e rappresenta anche Nirvana.
Il loto, profumatissimo giglio, comincia a crescere nel fango, al fondo di un bacino idrico di acque limacciose e sboccia a splendore di sole, galleggia in superficie, la sera si richiude su sé stesso. I suoi petali e foglie non si inumidiscono e l'acqua cade giù. In India era considerato il simbolo mistico per eccellenza della "luce del cuore" proprio per il modo singolare con cui si apre alla luce
Per gli antichi egizi era il primo fra i fiori e si diceva che la prima divinità del pantheon fosse nata proprio da lì. Il popolo Egizio lo considerava il simbolo dell'eloquenza, simbolo di speranza, di salvezza e di rinascita. I suoi petali venivano pertanto posti nelle parti intime delle mummie delle donne, proprio come simbolo di purificazione e di rigenerazione. Il loto, dunque, rappresenta l'auto-creazione, la nascita della terra dal caos e, nello stesso tempo, la luce e l'ordine, l'aspetto evolutivo del mondo e degli uomini. Infatti secondo l'antica cosmogonia egizia, dal bocciolo di un fiore di loto nacque Ra. Il dischiudersi del bocciolo illuminò di luce divina le acque limacciose del Nun (il Caos Informe) che si ritirarono mostrando la terra asciutta. Ra se ne compiacque e salì verso le stelle per diventarne la più luminosa ed illuminare la terra che aveva appena creato. Egli divenne Aton, il disco solare. Ora non vi era più solo Caos ed Oscurità, poichè Ra aveva portato Luce ed Ordine nel mondo. L'offerta del fiore di loto era considerata un atto sacro, per cui essa compare spesso nell'arte. Nelle scene di dipinti e rilievi si pone il loto in mano ad una donna e lo si offre poi sugli altari. Sulla tavola delle offerte vi sono tutti gli oggetti e gli alimenti indispensabili per l'aldilà, anche i fiori di loto.
Secondo la tradizione Induista, è il simbolo della prima manifestazione dell'essere supremo, è la porta del grembo dell'universo. Assunse le sembianze di una Dea-loto che era la grande Dea Madre adorata in vaste aree del mondo, simile ad Afrodite e Hathor. Viene spesso raffigurato come un fiore d'oro dai mille petali ed è il simbolo della grazia femminile e della fecondità. La Dea loto fu venerata anche dalla popolazione pre ariana fino a quando il suo culto non venne inglobato nella tradizione vedica. La figura di colei che tiene in mano il loto, nel buddhismo tantrico, dove le idee del buddhismo si amalgamano con quelle dell'Induismo, è una manifestazione letteraria della saggezza trascendente. Nel Brahmanesimo si immaginava che le creature divine nascessero dai fiori di loto. Nel Buddismo, il fiore di loto è simbolo di "estremo disinteresse per se stessi e dedizione al prossimo", fondamentale negli insegnamenti di Shakyamuni. Denota nella cultura buddista, il principio femminile di ogni Buddha e Bodisattva.
Ogni varietà di loto simboleggia nel Buddhismo uno stato spirituale. Il bianco è lo stato di purezza mentale e di perfezione spirituale del Buddha. Il loto rosa rappresenta il Buddha Siddhartha Gaitama. Il rosso è il colore della compassione da parte del Buddha, l'azzurro è la sua intelligenza suprema, infatti, in questo caso il fiore viene rappresentato chiuso perchè i mortali non possono contemplarla. Quasi tutte le divinità del Buddhismo sono rappresentate sedute su fiori di loto che ne simboleggiano la totale purezza, i mille petali rappresentano la pluralità degli universi sui quali regnano le divinità raffigurate.
Il loto non cresce in Tibet. Ciò significa che nella cultura e nella religione tibetane il loto è un’acquisizione puramente simbolica che ha unito i popoli al di là e al di qua dell’Himalaya nel rappresentare la più alta visione di Purezza e di Bellezza: lo stelo del loto si erge infatti dalla melma degli stagni e dei laghi per fare sbocciare il fiore, incontaminato e incontaminabile, immacolato e perfetto, sopra la superficie dell’acqua. Il loto è l’unica pianta acquatica che grazie alla forza del suo stelo fa sbocciare il fiore con un numero di petali sempre regolare da otto a dodici, tutti uguali fra loro.
"L’uomo libero è come una nuvola bianca. Una nuvola bianca è un mistero; si lascia trasportare dal vento, non resiste, non lotta, e si libra al di sopra di ogni cosa. Tutte le dimensioni e tutte le direzioni le appartengono. Le nuvole bianche non hanno una provenienza precisa e non hanno una meta; il loro semplice essere in questo momento è perfezione."
("La via delle nuvole bianche" _Osho )


"Tra santi e prostitute, tra Dio e mondo, la danza". Cosi parla Nietzsche, dopo aver scosso tutte le figure di stabilità che Platone aveva ordinato in quell'al di là del cielo nominato "iperuranio". Ma proprio puntando verso il cielo il suo Cannocchialearistotelico Emanuele Tesauro nel 1663 scopre che all'origine del mondo c'è "quell'arte nobilissima che è la danza di cui si dice ella esser nata da principio col mondo istesso". In verità, prima che il divino fosse irrigidito nel concetto di Dio e il sacro separato dal profano, anche Platone conveniva che "furono proprio quegli dei che ci sono stati offerti come compagni di danza a farci dono del ritmo e dell'armonia come espressioni del piacere" (Leggi, 654 a). Qui l'antica cultura greca consuona con quella biblica dove il salmista loda il Signore "con timpani e danze" (Sal.150,4) e dove Davide "danzava con tutte le sue forze davanti al Signore" (2,Sam. 6,14).
Fu il Cristianesimo a separare il sacro dalla danza e a irrigidire il corpo in uno spazio controllato e chiuso. Cosi Giovanni Crisostomo scrive che "Ubi saltatio, ibi diabolus", mentre Ambrosio indica nella "saltationem" la via più prossima all'impudicizia. Se poi la danza dovesse essere il modo di celebrare la festa, allora Agostino non ha dubbi: anche nei giorni festivi "Melius est arare quam saltare". Man mano che il sacro cessa di essere il luogo d'incontro di puro e impuro, per diventare luogo di mortificazione e ascesi, man mano che la parola, la scrittura, la mente diventano i veicoli del sacro, il corpo e i suoi gesti che la danza anima passano dal regno di Dioniso a quello del Diavolo, dalle Baccanti alle Streghe del sabba.
Con il Rinascimento e la nascita della scienza moderna il corpo viene riscattato dall'inferno in cui era stato relegato dalla religione dell'anima e disposto sulla tavola anatomica come corpo disciplinato dalla descrizione del sapere medico. Alle categorie religiose bene/male, anima/corpo, sacro/profano, subentrano quelle mediche di salute malattia che consentono di recuperare la danza come "benefico movimento", purché eviti gli eccessi e accada secondo disciplina. Atrofizzata nella ritualità delle buone maniere, la danza riappare come gesto acculturato. Ma è ormai la danza di un corpo chiuso, definito dai suoi confini con il mondo, non di un corpo aperto, grottesco, che entra ed è invaso dal mondo.
La laicizzazione del corpo non comporta quindi alcuna apertura al mondo e perciò la danza codificata di corte può essere accolta anche in ambito religioso purché, nell'esprimersi, i corpi evitino i contatti, perchè, come scrive Francesco di Sales: "I corpi umani assomigliano a dei cristalli, che non possono essere trasportati insieme, perchè toccandosi l'un con l'altro corrono il rischio di rompersi, e ai frutti che, sebbene intatti e ben preparati, si guastano, se si leccano gli uni con gli altri".
I consigli di Francesco di Sales sembrano presi alla lettera dai giovani delle nostre discoteche avvolti in una danza solipsistica, dove anche quando si mimano gli atti del coito non si spezzano le pareti dell'incomunicabilità. L'eccesso d'energia sprigionata dai corpi, il tentativo di compensare con i gesti l'afasia del linguaggio, il ritmo meccanico che affoga l'espressività gestuale in una cadenza senza tempo, le luci stroboscopiche che, spezzando la continuità del movimento, ne inchiodano le forme, sono la parodia della danza, dove ciò che drammaticamente trapela è l'incapacità di riportare il corpo al centro della propria esperienza. Infatti l'atmosfera apocalittica, orgiastica, ipertecnologica delle nostre discoteche in cui è ricoverata la danza, come la malattia all'ospedale e la morte al cimitero, dice di corpi che hanno rinunciato ai propri gesti per regredire a quel gesto autonomo e per tutti identico che è il ritmo, qui inteso come ritmo cardiaco, ritmo respiratorio, in cui sono rintracciabili le prime forme d'esisienza, quelle del ventre buio della madre, e quella del grido lacerante appena se ne esce. L'intenzione è di spostare le gabbie del proprio corpo oltre quelle delle convenzioni, il risultato è di ridurre il proprio corpo alla cadenza anonima del ritmo.

E così si perde il segreto della danza che è poi quello di curare una società che tende a rimuovere ciò che vive come malattia. La malattia di un'emotività che non sarà mai sistematica, la malattia di un'umanità irriducibile alle regole comportamentali che si è data, la malattia di un corpo che sfugge alla dimensione carnale che gli è stata imposta, la malattia di un'anima che non sa resistere nella gabbia dell'intelletto, la malattia di una ragione che ciclicamente abdica al suo ruolo di dominatrice repressiva dell'esperienza.
Si perchè c'è un senso in cui è possibile dire che la ragione ha costruito se stessa come ragione disincarnata, con conseguente riduzione del corpo nei confini dell'opacità della carne. E siccome la danza rifiuta il dualismo conflittuale tra materiale e immateriale, siccome non vive il corpo come antagonista dell'anima, la danza, con la semplicità del suo gesto, dissolve il tratto disgiuntivo con cui la ragione procede opponendo il vero al falso, il bene al male, il positivo al negativo, l'alto al basso, per richiamare quell'ordine simbolico (syn-ballein significa "mettere assieme") da cui proveniamo e che ancora ci abita come fondo abissale in cui la coscienza cerca di gettare la sua pallida luce.
Nella danza, infatti, il corpo incarna le produzioni del senso simbolico o per confermarle nella ritmicità rituale, o per dissolverle nella frenesia orgiastica. Ciò e' possibile perchè nella danza il corpo abbandona i gesti abituali che hanno nel mondo il loro campo d'applicazione, per prodursi in sequenze gestuali senza intenzionalità e senza destinazione che, nel loro ritmo e nel loro movimento, producono uno spazio e un tempo assolutamente nuovi, perché senza limiti e senza costrizioni. Perdendo l'aderenza alle cose del mondo, nella danza ogni gesto diventa polisemico, ed è proprio in questa polisemia che il corpo può riciclare simboli, può confonderli o addirittura abolirli. Liberandosi nella pura gestualità non intenzionata, il corpo del danzatore descrive un mondo che è al di là di tutti i codici e di tutte le relative iscrizioni, perchè nella danza l'unico segno invisibile è quello in cui il corpo iscrive se stesso tra la terra e il cielo. In questo senso la danza costituisce un mezzo per sfuggire alla serietà dei codici che ci minacciano.
Scivolando l'uno sull'altro, nella danza i movimenti del corpo non si lasciano individuare, e quindi neppure analizzare, perchè danzati. Per la rapidità dei movimenti, la danza cancella di colpo le figure appena costruite, continua creazione e costruzione del mondo, composizione dei massimamente distanti, e quindi abolizione dei sensi costruiti in questa distanza. Parodia di ogni sistema, la danza dissolve tutti i sensi che vogliono proporsi come sensi definitivi. Leggerezza del corpo che ripristina la leggerezza dei simboli, la loro fluttuazione che gioca con la gravità dei codici e col rigore delle loro iscrizioni.
Se nel linguaggio sistematico dei codici il corpo si lascia esprimere dalla razionalità, nel linguaggio simbolico e nell'eccedenza semantica fluttuante che lo connota il corpo esprime la sua emotività, ciò che lo muove. Non essendo sistematica, l'emotività non potrà mai costituirsi nel linguaggio; debordando dai segni e slittando sui significati, l'emotività non ha altra possibilità di espressione se non nell'eccedenza semantica che scivola ai confini dei codici. per questo le società più diventano razionali, più aboliscono il linguaggio simbolico, togliendo sempre più spazio alle manifestazioni emotive che hanno nel corpo la loro radice.

Eppure non è la razionalità, ma è il fenomeno emotivo a far vivere i codici. Non basta infatti un sistema di segni perchè vi sia senso; il senso è sempre immesso da un referente emotivo, che può essere anche la paura per la decodificazione parziale o totale. Il linguaggio primitivo, che usa metafore organiche per esprimere le emozioni, parla del cuore, dello stomaco, del fegato, dei reni e in generale degli organi corporei come della sede delle reazioni emotive, e poi trasferisce questi organi fuori di sè per nominare le cose del mondo, per cui la casa ha una "faccia", il vaso una "pancia", il villaggio una "fronte". Con ciò il corpo e le sue parti non diventano il referente o il codice di tutti i codici, ma ciò che traduce un codice nell'altro, un sentimento in un organo, un organo in una cosa del mondo. La danza è il simbolo vivente di questa continua e ininterrotta traduzione, e a partire da qui possiamo incominciare a capire quel frammento gnostico che recita:
"Chi non danza non sa cosa succede"
UMBERTO GALIMBERTI, "LA DANZA DEL CORPO" in "XÁOS. Giornale di confine

"Trovare il proprio centro significa penetrare se stessi, fino a trovare nient' altro che una semplice presenza, non più una persona...un silenzio vivo, pieno della sua musica, della sua danza..." Osho
Gurdjieff nei suoi viaggi in cerca del 'miracoloso' e della 'verità', raccolse le Danze da vari ordini sufi, da monasteri cristiani e tibetani, da popolazioni del deserto. Insegnò queste danze, più altre di sua ideazione, perché i movimenti servissero a due scopi.
Il primo scopo è l'armoniosa evoluzione dei danzatori stessi: riequilibrare corpo-mente-emozioni, e quindi raggiungere un nuovo livello delle funzioni umane.
Il secondo scopo è la trasmissione: rivelare l'esperienza di un'altra dimensione di conoscenza della realtà e dell'energia universale, in connessione con quanto generazioni remote già sapevano, ed hanno voluto tramandare attraverso le Danze.
"…Se qualcuno danza, in profonda meditazione, ti può succedere di sentirti attratto, e attraverso la danza, quasi parte della danza, qualcosa della meditazione penetra il tuo essere.
Gurdjieff aveva preparato un gruppo di danzatori: i danzatori creavano energia meditativa, una grande onda di energia, tale che gli spettatori improvvisamente dimenticavano completamente la danza che erano venuti a vedere. A lato della danza percepivano qualcosa d'altro, e attraverso questo qualcosa si apriva una porta..." Osho
Per la vita di tutti i giorni il nostro corpo utilizza un repertorio di trecento o quattrocento movimenti soltanto. Questi gesti abituali non sono scelti consapevolmente ma dipendono dal paese, dall'epoca in cui si vive, dal mestiere che si esercita, eccetera.
Così come il corpo, anche la nostra mente e i nostri sentimenti hanno un repertorio assai ristretto.
"E' un'illusione quella che i nostri movimenti siano volontari: in realtà essi sono automatici. I nostri pensieri e sentimenti sono ugualmente automatici." G.I. Gurdjieff
La meditazione e' la medicina per uscire dalla prigione dei nostri automatismi.
Si può raggiungere lo spazio della meditazione attraverso qualsiasi atto caratterizzato dall'intenzione di essere consapevoli, desti, e di porre noi stessi come oggetto della ricerca. Normalmente la nostra attenzione è attratta da mille cose esterne. In meditazione torniamo a noi stessi. Le Danze Sacre sono un'ottima tecnica: utilizzando i movimenti del corpo, mantengono la presenza costante del danzatore nel qui-ed-ora. Questa è la chiave per iniziare l'esplorazione di te stesso. Forse troverai in te silenzio, vita, meraviglia, gioia, forza. Quando torni in contatto con le tue qualità interiori, diventi sempre più capace, attraverso la pratica, di incontrarle nella vita di tutti i giorni.
Una volta appresi i movimenti che costituiscono le Danze Sacre, si può avere un'esperienza di arte oggettiva. Questa è arte consapevole, creata da Maestri. Non dipende dalle abitudini posturali, mentali o morali di una particolare civiltà, e trasmette esattamente quella verità oggettiva che il suo creatore ha desiderato tramandare. Ciascun movimento acquisito correttamente racchiude una forza della quale il danzatore ha esperienza. Quando un gruppo di danzatori esegue un movimento, l'esperienza di meditazione si trasmette anche agli spettatori.
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