...le cose si scoprono, si conoscono, solo grazie all'osservazione.       

energiavitale

vivo consapevolmente ogni attimo

SONO GIULI

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Utente: giuli1
amo la vita e regalo un sorriso anche a chi mi porge spine amo sentirmi libera come un gabbiano e volare in alto sul mare in tempesta o in cielo tra i raggi del sole giuli110@hotmail.it


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giovedì, 29 gennaio 2009

...dolcenotte!!!

Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?

Dubita che le stelle siano fuoco, dubita che il sole si muova, dubita che la verità sia mentitrice, ma non dubitare mai del mio amore. 

Quel che amore tracciò in silenzio, accoglilo, che udir con gli occhi è finezza d'amore.

 La terra ha musica per coloro che ascoltano.

Le cose più dolci, una volta che diventano ordinarie, perdono il loro delizioso piacere.

William Shakespeare

Ed io ti seguirò - Renato Zero

Stai con me se non sai dove andare
Lascia pure il mondo al suo grigiore
Stai qui, qui dove il tempo sa aspettare
Ci si può provare perché no…
Se mai sarò solo un abbraccio sincero
Un posto sicuro magari un sorriso raro…
Tingerò d’azzurro le pareti
Cuscini rosa qua e là
Se vuoi...porte e finestre aperte al sole

E fiori dovunque passi tu…
Sarà il più bel rifugio per l’amore
Un nido d’Aprile l’invidia di chi ci è ostile.
Ed io ti seguirò
Nuotando nel tuo mare
E poi ti imiterò
Ho tanto da imparare
Dividerò con te
Nel letto l’impazienza
Costringeremo un sogno quassù
E non ci troveranno mai più…
Stai qui, un uomo è troppo solo
Ero io quel cercatore d’oro
Per me ogni conquista un’incertezza
Ma quale amarezza se dopo il dolore
Non conosci amore…


mercoledì, 28 gennaio 2009

Nel fondo di un amore....

Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Tale piena della vita è l’eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose. Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui.

tratto da: “Variazioni sul Cantico dei cantici” di Christos Yannaras

 Nel fondo di un amore - Renato Zero

E come viene va
con perfetta ingenuità
come un bambino
è voce chiara in te
e canta così forte che
poi si incrinerà.
È lì nei tuoi pensieri
si fa scudo delle tue incertezze
si fa strada e non lo sai
l'ingegneria genetica di un fiore
il tocco della vita, e tu.
Chiudi gli occhi in pieno sole
che stai cadendo giù
nel fondo di un amore
da toccare
sommare blu con blu.
Dentro un amore sei
è così che ti sveglierai
sta suonando una musica
sta suonando per te
e ti sfiorano l'anima
due mani, le sue.
È un vento così lieve
che muove le tue vene
che dita lunghe ha
è ninna nanna antica
l'infanzia della vita
gioca nei sensi tuoi.
Ma il tempo non ha tempo
la scadenza è un foglio bianco
cerchi il nome e non ci sei.
L'ingegneria genetica di un fiore
non è indolore quasi mai.
Chiudi gli occhi
adesso il sole nasconde tutto il blu
nel fondo di un amore da scordare
rimani solo tu.
Dentro un amore sei
né fanfare né musica
mentre muore una favola
niente principi e re
e resti immobile
sotto la pioggia dei tuoi se
nel finale più logico...che c'è…che c'è...
chissà se c'è...


domenica, 25 gennaio 2009

Il Buddha della Medicina e la Medicina Tibetana

Il nome completo del Buddha della Medicina è Bhaishajyaguru Vaiduryaprabha, il Signore dei Rimedi, il Maestro guaritore dalla radiosità di lapislazzuli, il benefattore supremo conosciuto anche come Re della Luce Acquamarina, colui che ha scritto i Quattro Tantra Medici: caratteristica è la sua effige, in quanto la parte esposta del corpo è colorata di blu e questa luce terapeutica viene emanata tutt'intorno dal suo corpo per dissipare le nebbie delle emozioni che confondono la mente ed il cuore delle esistenze e per dissolvere i dolori del corpo fisico. Come Shakyamuni indossa i vestiti di un monaco ed è seduto nella posizione del loto, il braccio destro verso terra con il palmo rivolto in avanti in segno di protezione di chi lo guarda; tra il pollice e l'indice tiene uno stelo di mirabolano, pianta miracolosa nota come la regina dei medicinali per la sua capacità di curare tutte le malattie; nella mano sinistra, assisa in grembo, regge una ciotola contenente tre tipi di ambrosia: uno è il nettare che cura la malattia e fa risorgere i morti; il secondo è il nettare che contrasta l'azione; l'ultimo è il nettare che mai si esaurisce, illumina la mente e accresce la comprensione; in molte raffigurazioni il personaggio è circondato da pietre preziose curative (i cristalli), da foreste di erbe fragranti e piante medicinali. Nei tradizionali tangka tibetani, il Signore dei rimedi di lapislazzuli è spesso raffigurato in compagnia di altri sette Buddha della medicina, tra i quali lo stesso Shakyamuni. E nella raffigurazione del suo regno buddista orientale, noto come Puro LapisLazzuli, il Signore dei Rimedi di solito è affiancato dai due principali bodhisattva di quella terra pura, Suryaprabha e Chandraprabha, irradianti rispettivamente luce solare e lunare.
La principale peculiarità di questo Buddha della Medicina è il colore, il blu profondo dei lapislazzuli. Questa pietra preziosa ha avuto un grande valore nelle culture asiatiche ed europee per oltre seimila anni e, fino ad un periodo relativamente recente, il suo valore ornamentale era considerato alla pari, o ancora maggiore, di quello del diamante. La pietra è avvolta in un’aura di mistero, forse perchè si trova prevalentemente nelle cave della remota regione del Badakshan nell'Afghanistan nord orientale, un'area inaccessibile situata oltre all'Hindu Kush. Un cronista ha scritto, "i campioni più fini di lapis, di un blu intenso chiazzato di onde e turbini di pirite color oro scintillante, somigliano a una notte illuminata da miriadi di stelle." Tradizionalmente questa bellissima pietra simboleggiava le cose pure o rare. Si dice che abbia il potere di curare o fortificare chi la indossa, e grazie alla sua naturale levigatezza può essere lucidata fino a raggiungere un’alta riflettività. Per tutti questi motivi, oltre al fatto che la luce blu intenso possiede un comprovato effetto curativo nella pratica di visualizzazione, il lapis è il colore del principale Buddha della Medicina. Il Signore dei Rimedi di Lapis è una delle figure più onorate nel panteon buddista.
In Tibet il Buddha della Medicina è venerato quale fonte delle arti curative, poiché è attraverso di lui che sono nati gli insegnamenti incarnati nei quattro Tantra Medici, il fondamento della medicina tibetana.

La Medicina Tibetana è uno dei più grandi tesori lasciati dalla civiltà Buddista sviluppatasi in Tibet ma è poco conosciuta in Occidente. Come la medicina Indiana e Cinese, quella Tibetana concepisce la salute come un continuo risultato di quotidiani equilibri e, pertanto, considera l'essere umano come un'unità in cui i fattori del corpo, della mente e dello spirito costituiscono inscindibilmente l'insieme di energie che reciprocamente si influenzano e che possono essere causa di malattia e guarigione. Secondo la tradizione antica, il Buddha, migliaia di anni fa, nella veste del Signore dei Rimedi Bhaishajyaguru, codificò i fondamenti della medicina Tibetana nel Gyushi, i Quattro Tantra Medici. Lo scopo del Buddha ha radice nella prima delle Quattro Nobili Verità, il cardine della religione Buddista: la Vita è sofferenza (Dukkha); tutta la ricerca del Buddha è stata indirizzata alla ricerca di una Via che potesse emancipare l'individuo da questa realtà della vita. Se leggiamo la storia di Siddharta Gautama Buddha, il Buddha storico, sappiamo che dopo aver vissuto gli anni della gioventù nel palazzo reale (era un principe), in occasione di una festa lasciò le mura del palazzo reale e, mentre passava in carrozza per le vie del paese, rimase profondamente colpito nel vedere un malato, poi un vecchio, poi un funerale: questi "incontri" lo turbarono a tal punto da fargli decidere, all'età di 29 anni, di lasciare sua moglie, suo figlio ed una vita di agi per approfondire il senso di questa realtà. La corretta comprensione di questa realtà conduce l'individuo oltre le illusioni, libero dagli attaccamenti e capace di trasformare il proprio karma, infatti le successive Nobili Verità, nell'ordine recitano: 2) la causa della sofferenza è il desiderare; 3) origine di questa condizione è l'ignoranza; 4) l'estinzione di questi condizionamenti avviene indirizzandosi tramite la volontà sulla retta via. L'intero percorso è detto della Somma Guarigione. Il primo passo, dunque, su questa Via concerne la consapevolezza; osservare se stessi continuamente e con obiettività è il punto di partenza per riconoscere le azioni dell'ego e l'attaccamento alle forme, alle cose, agli oggetti, alle persone; e anche alle percezioni, alle sensazioni, alle idee, ai pensieri. È proprio l'attaccamento la principale causa di sofferenza e l'attaccamento è prodotto dall'identificazione con l'ego a scapito del Sé intuitivo.
Ogni evento è causato da eventi precedenti ed è a sua volta origine di altri eventi; l'incontro fra l'organo di senso e l'oggetto dei sensi produce la sensazione che genera l'illusione della sostanzialità delle cose e l'illusione dell'esistenza reale di un Io; questo genera la sete di esistenza e l'attaccamento; da qui si producono effetti ed altri eventi condizionati (karma). A questo punto è fondamentale prendere coscienza del proprio modo d'essere, delle conseguenze del proprio modo di vivere e procedere, attraverso la Via del Buddha, cioè i metodi indicati nell'Ottuplice Sentiero a trasformare il karma estinguendo la sete dell'attaccamento. Come percorso di emancipazione il Buddha elaborò l'Ottuplice Sentiero che, basandosi sul giusto comportamento e su una condizione di equanimità, conduce attraverso varie tecniche, alla liberazione dal condizionamento. Il medico buddista deve quindi proporre al suo assistito un cambiamento che investe molti fronti: l'alimentazione, la ginnastica curativa, la giusta attività sessuale, la meditazione, gli esercizi di respirazione, la pulizia del pensiero, ecc. L'Ottuplice Sentiero: Retta Comprensione, Retto Pensiero, Retta Parola, Retta Attività, Retti mezzi di sostentamento, Retto Sforzo, Retta Attenzione, Retta Meditazione. Fu nei Quattro Tantra Medici, i testi esoterici e le pratiche segrete che assicurano il raggiungimento della liberazione, che l'Arte Buddista del guarire arrivò alla completa codificazione: il corpo e l'esistenza materiale non erano più l'ostacolo sul cammino verso l'illuminazione, ma diventava il veicolo principale; nei Tantra si dice: "Questo corpo è lo stesso corpo dei Buddha, più prezioso di una gemma che esaudisce ogni desiderio". Nei Tantra Buddisti il corpo è concepito come contenitore di felicità e luogo di energie che, opportunamente curato, si manifesterà in un corpo di luce: "Dato che gli esperti del Tantra riconoscono tutti i fenomeni come intrinsecamente puri, essi possono trasformare qualsiasi cosa in strumento di liberazione" (parole del saggio tibetano Longchenpa). Nella Medicina Tibetana non è possibile separare la malattia di una persona dalla sua stessa vita, dal suo relazionarsi con gli altri esseri e con l'ambiente e, soprattutto, dal collegamento con un piano Divino trascendente la mera realtà umana.

La concezione medica tibetana si basa sulla teoria che tutti i fenomeni sono composti di cinque elementi o stati di energia (spazio, vento, fuoco, acqua e terra) che producono a loro volta tre energie (flemma, bile e vento, cioè le energie fredda, calda e neutra). Queste energie si manifestano nel mondo esterno come fenomeni naturali (ad esempio i cicli solare e lunare, le stagioni, il clima, ecc.) e nel corpo come funzioni vitali. In particolare sono responsabili della formazione dell’embrione, del mantenimento dello stato di salute, della malattia e della morte. Causa prima è la mente. L’ignoranza, fattore mentale negativo, è infatti all’origine delle tre energie e dei tre difetti radice: attaccamento, avversione e ignoranza. Alla mente sono associati i cinque elementi sottili che sono la causa diretta del corpo fisico grossolano e sottile. Quando la mente di un essere “bardo” (che proviene da una esistenza precedente) entra nell’ovulo fecondato della madre, inizia il processo di formazione dell’individuo. Prima di tutto si sviluppano i tre canali energetici: il canale centrale (shushuma), generato dal desiderio, da cui si sviluppa l’energia del vento. Il canale destro (pingala), generato dall’avversione, da cui si sviluppa l’energia bile. Il canale sinistro (ida), generato dall’ignoranza, da cui si sviluppa l’energia flemma. L’energia vento è per sua natura leggera, fredda e mobile; funziona principalmente nel sistema nervoso (che ha origine nel cervello) e controlla e regola le funzioni di cuore, polmoni, ossa, stomaco, vescica, ecc. L’energia bile è, per sua natura, calda ed è associata a fegato, cistifellea e sudore; funziona principalmente nel sistema circolatorio. L’energia flemma è di natura fredda e umida e funziona principalmente nei sistemi linfatico ed endocrino. Caldo e freddo sono qualità inerenti delle energie bile e flemma, mentre l’energia vento chiamata “prana” nel sistema ayurvedico e ”qi” in quello cinese, è universale. Lo squilibrio si verifica quando le caratteristiche specifiche di un’energia neutralizzano quelle degli altri elementi e le distruggono. I sintomi che si verificano variano da persona a persona ma dipendono soprattutto dall’energia che ha causato il disturbo e dalla sua natura. Ad esempio, i disturbi causati dal bile (che secondo gli antichi testi ha la natura del veleno) sono veloci, drastici, facilmente letali e preparano il terreno ad altre malattie ma, allo stesso tempo, sono i più facili da curare. I disturbi flemma sono meno drastici e più lenti. Proprio questa lentezza permette il verificarsi dei sintomi. Sono più gravi, pesanti e necessitano di cure molto più lunghe. I disturbi vento si manifestano sia all’inizio che alla fine della malattia.
Generalmente indichiamo come malattia un’alterazione nelle funzioni più manifeste del nostro corpo mentre trascuriamo le parti più sottili e invisibili. È importante invece mantenere tutti gli elementi del corpo in buon equilibrio: dai più grossolani – ossa, muscoli, organi, ecc. – fino ai più sottili – chakra, canali, venti e gocce. Quando il corpo subisce un’alterazione, a causa di dieta, comportamento ecc., si altera anche il corpo sottile. Parallelamente un’alterazione del corpo sottile, causata da disturbi mentali, irrequietezza, influenze negative, squilibri negli elementi, ecc., produce un’alterazione nel corpo grossolano. I disturbi del corpo grossolano sono automaticamente corretti quando i disturbi del corpo sottile (blocchi energetici ecc.) vengono curati con pratiche speciali o rituali tantrici. I chakra sono centri di energie essenziali (il loro numero varia da testo a testo ma, in generale, per la medicina tibetana sono quattro i più importanti). Venti e mente sono sempre associati mentre i canali sono le vie di scorrimento di queste energie sottili.

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Medicine Buddha Mantra


sabato, 24 gennaio 2009

Un fanciullo del Paradiso sceso per le strade...

giuli_bonjour

 Jacques Prévert

Devo essere onesto. Non sono mai stato affascinato dalla poesia di Jacques Prévert ma la vita è assai strana e riserva sempre delle sorprese. Qualche anno fa la donna della mia vita, la mia Musa ispiratrice, la mia déa in terra (molto più sentimentale di me ed inguaribile romantica) poneva a suggello della sua prima lettera d'amore per me, una famosa poesia di Prévert Questo amore. Erano tempi di dolore e combattevo quotidianamente tra la tentazione di lasciarmi cullare solitariamente dai giorni della vita o di mettermi in gioco ancora una volta: scelsi d'amare.
E adesso che mi trovo a parlar di Prévert che cosa posso scrivere? Che preferivo legger altro? No di certo.
E poi non mi è mai stato chiaro perché Jacques Prévert è stato visto più che altro come un autore di testi per canzoni (cantate da interpreti famosi come Juliette Greco, Agnès Capri e Marianne Oswald); come autore di testi teatrali e come soggettista e sceneggiatore di numerosi films divenuti dei classici nella storia del cinema francese (da Il porto delle nebbie con Jean Gabin e Michèle Morgan, ad Alba tragica, L'amore e il Diavolo, Amanti perduti, e Mentre Parigi dorme tanto per citarne alcuni); e non un poeta degno di un'antologia letteraria. Anzi, credo che Prévert possa annoverarsi in quella schiera di poeti tra i più snobbati dalla critica adducendo tesi insostenibili, inconsistenti e riduttive fino ad arrivare alle chiacchiere inutili. Eppure i primi testi di Prévert iniziano a comparire nel 1930 sulla rivista Bifur con Ricordi di famiglia ossia l'Angelo aguzzino e poi l'anno seguente sulla rivista Commerce che pubblica Tentativo di descrizione di un banchetto di teste a Parigi, Francia e nel '36, sulla rivista Soutes, La crosse en l'air. Ma sarà solo nel 1946, quando Prévert aveva già quarantasei anni (essendo nato il quattro febbraio del 1900), che viene pubblicato il volume Paroles, la sua raccolta di poesie più famosa e celebrata, destinata più che altro agli amici che "giuravano sulla validità della sua opera" conosciuta appunto attraverso le letture delle riviste e dei giornali letterari; e poi l'anno dopo Histoires e nel 1955, una raccolta di altre poesie che man mano pubblicherà inserite nel volume La pluie et le beau temps.
D'altronde non credo che tutti coloro che hanno remato contro siano stati solo delle "sporche carognette" parafrasando lo stesso Prévert. Si è parlato di canzonette, di poesia popolare, di poeta da confinarsi nei bistrò, di poeta che ha solo giocato con le parole ma quando leggiamo le poesie di Prévert ci dobbiamo sempre guardare dentro al cuore e in fondo alla coscienza.
Prévert è riuscito a dare fiato ad un sentimento che era una pretesa di verità, a mettere sul piatto la coscienza civile di un uomo, a recuperare la dignità, a vivere come fanciullo del paradiso, innocente e disarmato, nel territorio della poesia.
Da leggere in tal senso la poesia:

Il fanciullo di me vivo

 

Nella più fastosa delle miserie

mio padre mia madre

insegnarono a vivere a questo fanciullo

a vivere come si sogna e fino a morte avvenuta

naturalmente... La sua voce mi parla ancora

la sua voce morente e gaia

intatta e saccheggiata

Io non posso guardarlo non posso cacciarlo

questo fantasma gentile...

che mi guarda nello specchio... che mi insegnò a fare l'amore

maldestramente

perdutamente

il fanciullo della mia vita

la sua voce di pioggia e di bel tempo

canta sempre il suo canto lunare soleggiato

il suo canto invidiato e disprezzato

il suo canto terra terra

stellato... e sorridente ascolto il fanciullo della mia vita

l'amato felice fanciullo

e lo vedo danzare

danzare con mia figlia

prima di andarsene

là dove è necessario che vada.

Ha messo a nudo, ha sezionato, ha sviscerato, passo dopo passo, la realtà, nuda e cruda, in un clima ostile, di disattenzione o quantomeno di sottovalutazione della sua poesia: in alcuni casi persino osteggiata o demonizzata.
Un filo lega tutte le sue poesie, una ad un'altra, per quel "dovere della memoria" e sul piano dei comportamenti ci costringe ad una riflessione vera ed autentica: non archiviare le colpe e i colpevoli, non cadere nella trappola della massificazione, dell'impoverimento della coscienza sociale, rinnegare la parola odio e sostituirla con l'amore, denunciare i soprusi e le storture della società mettendosi dalla parte dei più deboli.
Emergerà così, in tutta la sua brutalità, l'anima del poeta, la violenza della protesta e della contestazione, il ribrezzo di certi ambienti, il pensiero ribelle ed anarchico a volte sottoposto al vaglio critico altre volte smarrito in nebulose, disperso in zone grigie o nella terra di nessuno.
Tutto ciò emergerà quasi inconsapevolmente e allora sbagliarono coloro che scrissero che la poesia di Prévert sarebbe rimasta aneddoto o canzonetta. La sua poesia fu un momento importante, qualificante e decisivo: per molti la poesia d'amore prevertiana fu un punto di riferimento giovanile, per altri canzone di contestazione e protesta, per alcuni addirittura un modello da seguire.
Per abbassare la soglia d'ammiccamento e recuperare una minima visione critica e fornire nuove occasioni di ragionamento credo sia opportuno attenersi in modo fedele esclusivamente alla sua poesia lasciando da parte le esperienze teatrali e la sua attività nel campo del cinema che necessariamente devono essere prese in considerazione in altre sedi.
Quindi voltiamo pagina per restituire alla poesia la centralità che su questa rivista le spetta di diritto.
I pareri discordi della critica sono la testimonianza evidente che Prévert fu amato e ripudiato. Limitandoci al piccolo hortus conclusus di casa nostra, eccezioni e riscontri positivi vi furono senz'altro e meriterebbe una rilettura l'intervento di Carlo Bo dal titolo Prévert ha portato la poesia fra la gente e per le strade sul Corriere della Sera nel lontano 1977, anno in cui il poeta si spegnerà dopo essersi sempre più allontanato dagli impegni culturali ed aver trascorso gli ultimi tempi ad Omonville-La-petite, un paesino nei pressi di Cherbourg. E molte furono le critiche rivolte a Prévert: autore per canzoni, simbolo di non-poesia, artista "troppo eclettico" e "qualunquista", poeta d'amore per ragazzi, poeta del divertissement anarcoide, e così via.
Questa sorta di posizionamento nel purgatorio letterario in attesa di decidere sul da farsi trovava in alcune caratteristiche della poesia prevertiana le sue radici e i suoi motivi.
In primo luogo la sua "antiletterarietà" sottolineata a più riprese che, paradossalmente nei suoi lettori, più che marginalizzare la sua poesia ha al contrario agito come incentivo, come mantice che soffia sul fuoco, lo tiene vivo, e continuamente lo ravviva, lo fomenta ed incrementa. E poi quel fulmineo e facile successo popolare fin dalle sue prime esperienze letterarie con quelle raccolte di poesie quasi sempre pubblicate in precedenza su diverse riviste. È un dato di fatto che tale genere di successo è di solito un cattivo alleato, un aiuto deleterio o addirittura un nemico giurato nel mondo della critica letteraria.
La sua innocente sincerità e la sua polemica anarcoide, l'imputazione di superficialità o di false alchimie poetiche ben dosate con furbizia nella sua poesia e poi quei giochetti di parole che così fortemente facevano ripensare ai surrealisti, per non parlare dell'alternarsi continuo di figure sempre giocate su accostamenti polemici, crudi ribelli brutali, che sembravano esaurire la loro carica nel momento stesso della creazione e non conducevano che all'accusa di un senso qualunquistico della sua opera.
Ma i detrattori, i casti moralisti o i fustigatori e gli accusatori da quattro soldi sono sempre esistiti e amare o ripudiare un poeta per la sua innocente sincerità, per essere il cantore dell'amore "giovanile", o per quella repulsione per le convenzioni sociali e religiose pare non far altro che andare a tutto vantaggio del poeta stesso.
Le analisi possibili possono spiegare molto, ma non tutto. Di certo spiegano i tratti principali del fenomeno Prévert. L'uomo che si è presentato come estraneo all'establishment come traditore della purezza di un discorso accademico e tradizionale, paladino di un ritorno alla poesia orale, una poesia da dirsi, da cantarsi più che da scriversi. Corpo estraneo all'establishment ma capace al tempo stesso di rappresentare una promessa di innovazione para-surrealista; una garanzia per la poesia popolare smarrita e soffocata dalla prepotenza accademica e dalle sue istanze ampollose; una bandiera d'innocenza issata dentro un rapido successo popolare e ponendosi a fianco di quegli uomini e di quelle donne; un poeta con il suo canto di libertà; un'assicurazione di forte e vibrata condanna ai vecchi e nuovi poteri, dall'Accademia francese, alla Chiesa, ai Gesuiti, ai vescovi, ai generali, ai grandi imperatori, ai dittatori, ai predicatori, all'alta società.
D'altronde anche il buon Prévert s'era abbeverato alla fonte della tradizione più viva della letteratura francese "discepolo per sangue e per interessi" di Paul Eluard, frequentò il pittore Yves Tanguy, fu amico degli artisti del surrealismo André Breton, Louis Aragon, Benjamin Péret.

Il punto di fondo è che Prévert non ha mai dismesso il suo abito di fanciullo ribelle, di out-sider della poesia e non ha mai abbandonato quella sua voglia di apparire, parlare e scrivere come uno al di fuori dei giochi: la sua figura ha rappresentato quella di un uomo chiamato ad esprimere a gran voce e rendere palese "quello che la gente pensa e sente veramente" con le parole dell'uomo della strada: «Ho conosciuto la fogna che mi guardava/abbiamo chiacchierato/Ho conosciuto l'amore/l'amore che amavo/Ho conosciuto la morte/l'ho incontrata...» e poi «Lo sforzo umano porta un cinto erniario/e le cicatrici delle lotte/intraprese dalla classe operaia/contro un mondo assurdo e senza leggi... Lo sforzo umano non possiede una vera casa... non ha il savoir-vivre... non ha l'età della ragione... Lo sforzo umano ha l'età delle caserme/l'età dei bagni penali e delle prigioni/l'età delle chiese e delle officine/l'età dei cannoni...». Dicevamo poc'anzi di versi "di libertà" ma furono anche versi "in libertà": le enumerazioni di oggetti e personaggi, l'inventario apparentemente banale di un poeta "senza ragione" (vedere la poesia Inventarie: «Una pietra/due case/tre ruderi/quattro becchini/un giardino/fiori/un orsetto lavatore/una dozzina di ostriche un limone un panino/un raggio di sole/un'onda di fondo/sei musicisti/una porta col suo stoino/un signore decorato con la legion d'onore/un altro orso lavatore...» e via dicendo in un eterno ritorno al surrealismo e poi ancora quella elencazione ossessiva di gesti, immagini e figure: «Ho visto uno che leggeva i giornali.../ che salutava la bandiera.../che era vestito di nero... /che aveva un orologio.../ con una spada nel bastone... /che piangeva... /che entrava in chiesa...» e poi nella poesia Lo sforzo umano: «...il gran pezzo da museo / il gran ritratto in piedi / il gran ritratto di faccia di profilo su un sol piede / il gran ritratto dorato / il gran ritratto del grande indovino / il gran ritratto del grande imperatore / il gran ritratto del grande pensatore / del gran camaleonte / del grande moralizzatore / del dignitoso e triste buffone... la testa del dittatore / la testa del fucilatore... la testa odiosa / la testa disgraziata / la faccia da schiaffi / la faccia da massacrare / la faccia della paura» e così via. Non può certamente mancare anche la propensione al divertissement che può nascere da un semplice gioco di parole così come da banali od argute allusioni o addirittura dall'improvvisazione e dall'humour che in alcuni momenti è degno di nota come in Composizione francese: «Ancor giovane Napoleone era molto magro/e ufficiale d'artiglieria/più tardi divenne imperatore/allora prese pancia e molti paesi/e il giorno che morì egli aveva ancora/la pancia/ma era diventato più piccolo»; in Le belle famiglie: «Luigi I/Luigi II/Luigi III/Luigi IV... fino a ... Luigi XVI/Luigi XVIII/e più nessuno più niente.../Che razza di gente è questa/che non è stata capace/di contare fino a venti?»; in L'eclisse: «Luigi XIV ovvero Re Sole per la storia/era spesso seduto su una sedia cacatoria/Verso il tramonto della sua monarchia/una notte particolarmente buia/il Re Sole si drizzò dal letto/andò a sedersi sulla sua seggetta/e sparì»; in Il discorso sulla pace: «Verso la fine di un discorso estremamente importante/il grand'uomo di stato inceppandosi/su una bella frase vuota/ne cade dentro/e abbandonato con la gran bocca aperta/ansante/mostra i denti/e la carie dentaria dei suoi pacifici ragionamenti/mette a nudo i nervi della guerra/la delicata question d'argent»; e infine nella fulminante breve composizione de Il lunch: «Il maggiordomo negro/dopo il licenziamento è impiccato/Ha osato lanciare uno sguardo/nella scollatura/della padrona di casa».

Il rituale che accompagna e segue questa propensione a rappresentare la propria visione sociale e poetica da parte di Prévert lo porta a volte a saziarsi della sola parola e dei suoi giochetti fino a smarrire il senso della poesia e diventa assai prevedibile anzi un po' stucchevole: ecco allora la futilità con alcune semplici banalità, i soliti accostamenti polemici, le spiritosaggini e le frecciate satiriche, le reazioni sdegnate contro tutto e tutti (che immancabilmente cadono in una polemica fine a se stessa), l'accusa vibrante contro la guerra, la collera contro il Potere e i suoi simboli demoniaci: gli attori son sempre gli stessi, il palcoscenico è quello già calcato innumerevoli volte, la creatività sembra esaurirsi nelle solite strutture, le vittime e i carnefici si ripetono. Insomma una sorta di avventura umana di un paladino della giustizia il cui obiettivo è denunciare e demolire le convenzioni sociali, culturali e religiose.
La sua carica antagonista al potere e alla politica conteneva comunque le seduzioni di un messaggio innovatore e in qualche modo il gioco letterario prevertiano si è ripetuto più volte nell'ambito dell'arte. Sfruttando la diffidenza, il fastidio e la ribellione verso il potere costituito e consolidato della politica e della cultura è diventato egli stesso il simbolo di una antipoesia e quindi inesorabilmente anch'egli fagocitato nell'ingranaggio mercantilistico etichettato come il poeta controcorrente ma non come un portatore di un progetto alternativo. E non poteva illudersi di non esserlo. Nessuno può polemizzare violentemente contro il mondo e poi pretendere di starsene fuori dall'arena senza adoperarsi per cambiare le cose attivamente: lanciare la pietra e poi ritirare la mano e vivere come uno studente ribelle la cui adolescenza è sempre in atto.
L'anarchia di Prévert non conosce limiti e la ribellione prevertiana si impantana spesso nelle sue sabbie mobili. La sua parola fa gridare allo scandalo: oltrepassa il confine dell'ingiuria, passa attraverso l'accusa spietata, si contamina di ogni sorta d'insofferenza e giunge alla bestemmia. Sotto questo punto di vista non è altro che la voce del popolo che protesta e si ribella ma non è esatto definirla una voce qualunquistica perché la sua poesia viene studiata, elaborata, filtrata dalla sua cultura e dalla sua intelligenza. Il suo impegno, assai arduo da portare avanti, è totale: dalla collera contro chi comanda e legifera, contro i falsi moralisti, contro i guerrafondai, contro i salvatori d'anime, contro i corrotti e gli spioni, contro gli accademici e i giudici.
Alcune poesie sono graffianti e meravigliose nella loro capacità di levare la pelle ai bersagli presi di mira ed è lì che emerge il vero poeta ribelle.
Ciò non ha impedito a Prévert di calare sul tavolo sempre le stesse carte: di fronte alla difficoltà di un impegno così gravoso si è esercitato nella sua arte poetica facendo sempre prevalere la tentazione a ricorrere al guizzo finale, all'aliquid luminis, alla chiusa ad effetto, allo sberleffo irresistibile ed ecco allora che l'uomo Prévert dimentica il poeta Prévert e cede a forme di narcisismo e cade in una superficialità che giostra con i giochi di facile struttura e di sicuro esito. Si affida ad una scrittura meccanica con surrealistici recuperi memoriali, si abbandona alla parola.

Ma la sua voce sa essere anche protesta sociale come in Maggio 1968: «... Verità sequestrate/Gioventù imbavagliata/Si chiude!/E se la gioventù apre la bocca/con la forza delle cose/con le forze dell'ordine/gliela si fa richiudere/Si chiude!/Ma la gioventù a terra/bastonata e calpestata/intossicata e accecata dai gas: si rialza per forzare le grandi porte aperte/le porte di un passato menzognero/superato/Si apre!/Si apre sulla vita/la solidarietà/e sulla libertà della chiarezza»; o come in Angela Davis, del 1971, eroina del pensiero antagonista di quegli anni, leader della contestazione contro la guerra in Vietnam e per i diritti dei neri, accusata di terrorismo e poi assolta, ora ha quasi sessanta anni, insegna all'Università di California di Santa Cruz e si interessa di jazz e di come questo genere musicale sia stato per lei occasione di riscatto : «Sulla sua testa, sulla sua bella testa era stata messa una taglia all'asta del dolore, del gran dolore deo-legale, del dio dollaro, astioso, razzista, coglione. Oggi, dietro sbarre e catenacci, è sotto buona guardia, la guardia d'orrore. L'orrore stupido, livido e quotidiano... Bisogna liberare Angela Davis - aspettando il giorno in cui saranno condannate tutte le porte dietro le quali è rinchiusa la vita nera».

Gli strumenti sono l'estremismo verbale, la dirompente denuncia, l'anelito di libertà. In certe occasioni cade persino nel cattivo gusto ed altre volte ancor più nella banalità o nella sciocchezza che vengono riscattate infine dalla sua accezione più famosa e nota che è quella del cantore dell'amore.
A questo punto la parola prevertiana scivola via nei suoi pensieri, nella sua solitudine, nei recessi dell'anima dove nessuno lo può raggiungere. Nel suo cuore c'è il ricordo di una vita, (l'orrore per la guerra, la condanna alle ingiustizie, l'accusa alla corruzione e ai privilegi), c'è la vita quotidiana della sua Parigi, le rive della Senna, le strade, le tenebre della notte, l'uomo disarmato, tremante, l'uomo raccolto nel suo destino, in quel suo viaggio verso luoghi sconosciuti, affidato all'abbraccio dell'Uomo, all'amore, al palpitare del cuore. Un poeta che sull'onda della speranza naviga indipendente verso la libertà, lasciando alle spalle il carico di dolore.
Una voce per rompere il silenzio, una voce di salvezza per gli uomini derubati dei loro sogni, con le sue parole lacerate e gridate, con la sua forza dirompente disperata e disperante.
Sognava ad occhi aperti per squarciare il buio della notte, per guardare lontano, per diventare un uomo con le ali per volare via dalle strade infinite dove vagava randagio. Anima fragile abbandonata in un mondo triste e sofferente, naufrago moderno aggrappato all'amore, disperato per l'inutile sofferenza quotidiana, disperso nella corrente che trascina alla deriva: abbarbicato all'ultimo abbraccio di una donna.
Sulla pelle il profumo dell'amore, la voglia di un "amore amato".

Un poeta sospeso nella notte silenziosa con la paura di svegliarsi e far svanire tutto eppure nelle sue parole scorre sempre linfa nuova e le speranze saettano in lui, le parole sgorgano da un uomo in bilico tra lacrime e sorriso.
Prévert è un uomo come tanti, un uomo della strada, un uomo semplice che mette un braccio sulle spalle e quel gesto è pieno d'amore: un amore casualmente incontrato, riconosciuto, vissuto, divorato.
Smarrito, fragile, guerriero di carta impegnato ad afferrare i silenzi.
E poi salvificamente c'è l'Amore prevertiano, le poesie del fanciullo che imparò a vivere come si sogna, il famoso cantore dell'amore, il poeta che ha toccato e fatto vibrare le corde sentimentali degli uomini e delle donne che erano reduci lacerati e sofferti di una stagione di dure battaglie.
È questo il Prévert più facile da comprendere ed al contempo più amato, odiato e snobbato.
Prévert, il poeta che si abbandona alle seduzioni dell'amore, ora al fascino ora alla fantasia. Nella poesia Alicante: «Un'arancia sul tavolo/Il tuo vestito sul tappeto/E nel mio letto, tu/Dolce dono del presente/Frescura della notte/Calore di mia vita»; in Per te amore mio: «Sono andato al mercato degli uccelli/E ho comprato uccelli/Per te/amor mio/Sono andato al mercato dei fiori/E ho comprato dei fiori/Per te/amor mio/Sono andato al mercato di ferraglia/E ho comprato catene/Pesanti catene/Per te/amor mio / E poi sono andato al mercato degli schiavi / e t'ho cercata / ma non ti ho trovata/amore mio»; in Il giardino: «Migliaia e migliaia di anni/Non basterebbero/Per dire/Il minuscolo secondo d'eternità/In cui tu m'hai abbracciato/In cui io t'ho abbracciato...»; in A che cosa sognavi?: «...Vivevamo d'amore e d'acqua fresca/ci amavamo nell'estrema povertà/affamati ci nutrivamo della nostra sporca biancheria... Vivevamo d'amore e d'acqua fresca/ero la tua nuda proprietà»; in I ragazzi che si amano: «I ragazzi che si amano si baciano in piedi/contro le porte della notte... I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno/Essi sono altrove molto più lontano della notte/Molto più in alto del giorno/Nell'abbagliante splendore del loro primo amore»; in Paris at night: «Tre fiammiferi un dopo l'altro accesi nella notte/Il primo per vedere intero il volto tuo/Il secondo per vedere gli occhi tuoi/L'ultimo per vedere la tua bocca/E l'oscurità completa per ricordarmi queste immagini/Mentre ti stringo a me tra le mie braccia»; e poi una delle poesie prevertiane più famose che è Questo amore: «Questo amore/Così violento/Così fragile/Così tenero/Così disperato/Questo amore bello come il giorno/E cattivo come il tempo/Quando il tempo è cattivo/Questo amore così vero/Questo amore così bello/Così felice/Così gaio/E così beffardo/Tremante di paura come un bambino al buio/E così sicuro di sé/Come un uomo tranquillo nel cuore della notte... Il nostro amore è là/Testardo come un asino/Vivo come il desiderio/Crudele come la memoria/Sciocco come i rimpianti/Tenero come il ricordo/Freddo come il marmo/Bello come il giorno/Fragile come un bambino/Ci guarda sorridendo/E ci parla senza dir nulla/E io tremante l'ascolto/E grido per te/Grido per me/Ti supplico/Per te per me per tutti coloro che si amano/E che si sono amati... Tendici la mano/E salvaci».

Nella sua poesia ci si perde come in un crudele gioco dal sapore dolce amaro dove l'amore è la sostanza zuccherina, e la realtà del mondo con le sue ingiustizie e tristezze è l'amaro della vita. L'amore è un magnetismo che vibra nell'aria ed invade tutto, le emozioni riaffiorano dalla sua sorgente, sgorgano come un fiume in piena, rompono gli argini, senza remore, senza pudori, in un continuo divenire, in una sinfonia eterna, e il cuore ascolta la melodia magica di quell'amore ardente. Non si può annientare la fragranza di un amore. Amare senza chiedere nulla in cambio e rinnegare l'apparenza, l'esteriorità, l'ostentata sicurezza in questo mondo dove tutto sembra avere un prezzo ma un famoso proverbio spagnolo ci avverte: «Tutto si paga con l'amore. L'amore si paga con l'amore». 
Prévert si muove tra le "belle figliole e i vecchi coglioni", tra i "bravi bambini e i mascalzoni" tra gli "spioni e i carnefici", i misteri di Parigi, le stagioni della vita, abbagliato dal sole o sotto la pioggia, le passeggiate sul fiume in un mattino tra la luce d'inverno, la città nella notte, gli angoli delle strade con le loro miserie: il suo sguardo è sempre sospeso tra le meraviglie del mondo e le spaventose sventure del mondo.
Nel furioso desiderio di vivere e nel coraggio di sorridere con le sue lettere d'amore e con le sue verità; nel fango e nella polvere della miseria dignitosa, della tristezza infinita, delle piaghe impossibili da medicare, delle frottole millenarie: "grazioso e semplice", "deluso fanciullescamente disperato" anch'egli prigioniero del mondo con le sue regole "la miseria, il profitto, il lavoro, la carneficina", "la tristezza, la sventura, l'insonnia, la noia", "la stanchezza, l'indifferenza, la grazia, la speranza": e i personaggi della sua poesia che sentivano giuste e naturali le accuse alla società avevano comunque i loro sussulti nel cuore, le loro debolezze sentimentali e Prévert non poteva chiudere gli occhi e non esserne il cantore. Ma il poeta è andato oltre perché si è posto a fianco di costoro con la tenerezza del fratello, con l'amicizia del compagno di sventura, con il viso infantilmente ingenuo dell'umiliato e dell'offeso. Eppure è stato "démone ed angelo", voce dei lamenti e delle grida, sussurro bisbiglio e grido di rabbia al contempo: dell'uomo che barcolla in Rue de Seine con quella voglia di morire mentre il mondo lo soffoca e gli chiede il rendiconto; sulle panchine delle Tuileries, nei bistrò, nelle pensioni di Clichy, a Rue de Rivoli, dove «la miseria e l'amore sono il pane quotidiano» e la rivolta è un "omaggio alla vita".
I personaggi prevertiani hanno una loro simbolicità e non sono mai anonimi né fantasmi né caricature: v'è chi vuole ritrovare l'amore e chi se ne vuole allontanare e lo vuole ripudiare, chi ha parole d'amore da sussurrare, chi lancia il suo grido o il suo insulto nella notte, chi deve risolvere la sua vita entro breve tempo, chi rivolge la sua risata contro chi comanda, chi rivive ricordi guardando l'acqua che scorre della Senna, chi cammina guardando per terra ed ha ancora una speranza da giocarsi a dispetto della società.
La vita quotidiana dell'Uomo è affrontata con la semplicità e la sensibilità di un poeta dalla figura al di sopra di ogni sospetto, di un uomo che porta con sé la sua antica disperazione e la sua proverbiale fragilità che si fanno poesie di un canto d'amore di un poeta, parole per canzoni di uno chansonnier della tradizione francese e d'altra parte prima di lui nelle strade parigine avevano raccolto consensi anche Rimbaud ed Apollinaire.
Da quando apparve il celebre Tentative de description d'un diner de tetes à Paris-France (Tentativo di descrizione di un banchetto di teste a Parigi, Francia) sulla rivista Commerce nel 1931, Prevert incarnò subito la figura del poeta accusatore senza remore, dalla lingua velenosa e dallo sguardo attento ad ogni stortura di quel mondo falso e legato alle convenzioni: e in seguito, sempre più, fu poeta ribelle nato dalle rovine della seconda guerra mondiale, fu poeta discreto, cantore popolare "miracolato dalla poesia" con una inconfondibile voce "amica e solidale" che per niente al mondo avrebbe rinunciato alla felicità degli uomini.
Nel suo scritto strettamente autobiografico Enfance sembra voler sottolineare come in lui l'infanzia è ancora vissuta e non necessita di faticose ricerche di chissà quali recuperi memoriali: lui è sempre lì nella festa di Neuilly-sur-Seine ad ascoltare quella musica, al Caffè dello Sport con le granatine dei ragazzi e odore di pernod: tutt'intorno gente che canta, che suona, che fa festa in allegria, con venditori e musicisti. E poi le rive della Senna e le cialde bevendo latte di cocco, l'amore per i clowns, le passeggiate col padre che commentava ogni cosa e ne traeva sempre la morale, con il suo lavoro che lo "annoiava sovranamente", e poi i ricordi della madre «bellissima e con gli occhi d'un azzurro così azzurro». «Era una stella della vita che mi conosceva a memoria», «era una fata» e il giovane Jacques, quando la madre gli leggeva dei racconti, aveva paura che sparisse nel bel mezzo della storia come le fate che evocava; e poi le vacanze in Bretagna, il fratello Giovanni e la nascita di Pietro. I problemi economici, la spesa a credito, l'affitto. Le prime letture Le Mille e una notte, Le Avventure di Sherlock Holmes, La fata delle nevi, La ragazzina dei Briganti. La vita con i soliti sacrifici e i conti quotidiani che devono sempre tornare ma la vita è questa e non c'è niente da fare. Ecco allora la fantasia del padre che si inventava menù meravigliosi e pantagruelici su tovaglie d'oro con caviale e pregiati vini d'annata. Poi i films del Caffè e la solita vita che scorreva e «quando rientravo a casa, mio padre, mia madre, i miei fratelli, il vino sulla tavola apparecchiata per ben poca cosa. Mi sapevano triste e non cercavano di cambiarmi le idee. Li guardavo e li amavo. Essi mi amavano e mi guardavano. Insomma ci guardavamo. Quel giorno li amavo forse di più, ma ero in un altro paesaggio».
La sua parabola è stata un'avventura di successo con poche analogie nel campo della poesia e la sua vita di uomo e poeta è sempre stata, in prima istanza, testimonianza di un appassionato impegno che non è mai stato politico o ideologico e, in secondo luogo, volontà di non perdere la memoria e filtrarla attraverso un rinnovato rigore e una forte coscienza: la poesia può essere un esempio di questa profonda sensibilità posta a baluardo di tutta la sua esperienza umana.
Scoprire, nascondere, azzerare la soglia d'ammiccamento, generare, recuperare la capacità di reazione, ribellarsi attraverso un allontanamento dagli intrighi e dal privilegio, tendere alla verità, solo alla verità, all'interno di questa commedia umana che va recitata bene.
«È per questo - scrive Léon Gabriel Gros - che Prévert non fa la parte del profeta, egli sa che la promessa di un mondo migliore va letta nella realtà quotidiana, che essa non è frutto di un sogno, ma al contrario, di una presa di coscienza. Egli è il poeta della sensibilità ferita, del sentimentalismo beffato degli uomini della strada, sensibilità e sentimentalismo che soffrono di non poter manifestarsi, ma che non si manifesterebbero impunemente nel mondo attuale». Prévert conosce bene la condizione dell'uomo per cui canta e il suo atto di ribellione è contro la società; il suo sdegno è una "reazione naturale" che porta con sè antipatie e simpatie istintive. Eppure nel suo vocabolario non trova posto la parola odio anche perché ciò che più lo interessa è mettersi a fianco di coloro che protestano e come cantore inventare histoires nelle quali possano riconoscersi con un linguaggio da strada, con i sentimenti dell'uomo semplice, dell'umanità umiliata e diseredata. La parola di Prévert assumerà il tono della violenza, dell'ironia, della tenerezza, dell'amore e Marcel Raymond affermerà: «Satira e negazione restano più libere, meno massicce e più ironiche in Jacques Prévert. Poeta troppo "raro"... dei canti della speranza, dell'utopia sociale, del sogno o della semplice effusione...».
Le sue parole vanno interpretate tenendo come punto di partenza quell'elemento cardine della sua esperienza, l'irrinunciabile desiderio di felicità per se stesso e per l'umanità: sempre palesato all'interno della sua poesia, tra libertà e amore, tra denuncia e ripudio dell'ingiustizia, all'insegna di una sincerità innocente a dispetto dell'"Ordinatore" come nella poesia Non sognate: «Non sognate/timbrate/sgobbate faticate affannatevi spompatevi sfacchinate/Non sognate/l'elettronica sognerà per voi/Non leggete/l'elettrolettore leggerà per voi/Non fate l'amore/l'elettrocoito lo farà per voi/Timbrate/sgobbate faticate affannatevi spompatevi sfacchinate/Non riposatevi/il Lavoro riposa su di voi» ; o in Sono sempre stato immune da Dio: «Sono sempre stato immune da Dio ed è in pura perdita che i suoi commissari, i suoi preti, i suoi direttori spirituali, i suoi ingegneri delle anime, le sue guide intellettuali si sono sforzati di salvarmi. Anche da piccolo ero già abbastanza grande per salvarmi da solo appena li vedevo arrivare. Sapevo dove rifugiarmi: le strade, e quando talvolta riuscivano a raggiungermi, non avevo nemmeno bisogno di scuotere la testa, mi bastava guardarli per dire no... E me ne andavo, dove mi pareva, dove era bello anche quando pioveva, e quando di tanto in tanto ritornavano coi loro mazzi di parole-chiavi, i loro lucchetti di idee, gli esplicatori dell'inesplicabile, i confutatori dell'inconfutabile, i negatori dell'innegabile, sorridevo e ripetevo: "Non è vero!!" e "È vero che non è vero!!". E siccome non mi mollavano un bel niente per le loro frottole millenarie, io davo loro a mille le mie prime verità».
A nulla è valsa l'iniziale marginalizzazione decretata da certi ambienti culturali nei confronti della poesia prevertiana più che mai viva e consolidata. E il poeta "si beau, si triste, si simple" (così bello, così triste, così semplice) ha vinto la sua battaglia. Ha alzato la sua bandiera senza ripiegarla alla prima difficoltà, ha creduto fermamente in ciò che faceva e interessante al riguardo è la poesia Mio malgrado: «Assunto mio malgrado nella fabbrica delle idee/mi sono rifiutato di timbrare il cartellino/Mobilitato altresì nell'esercito delle idee/ho disertato/Non ho mai capito granché/Non c'è mai granché/né piccolo che/C'è altro./Altro/vuol dire che amo chi mi piace/e ciò che faccio».
La naturale conclusione del vagabondare nel mondo di questo "fanciullo del paradiso sceso per le strade" è quella di ogni essere umano: tutti abbiamo parlato, ascoltato, sofferto, poetato, lottato, vinto e perso ma la cosa più bella che abbiamo fatto è amare:

«Ogni battito dei nostri cuori

è un fiore irrorato dal sangue

dal tuo dal mio

dallo stesso nello stesso tempo».

Massimo Barile 

"Le foglie morte" di J.Prevert


giovedì, 22 gennaio 2009

INCOMUNICABILITĂ€....

Abbiamo tutti dentro un mondo di cose, ciascuno un suo mondo di cose...
E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai.
LUIGI PIRANDELLO

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli: "Perchè le persone gridano quando sono arrabbiate?"
"Gridano perchè perdono la calma" rispose uno di loro.
"Ma perchè gridare se la persona sta al suo lato?" disse nuovamente il pensatore.
"Bene, gridiamo perchè desideriamo che l'altra persona ci ascolti" replicò un altro discepolo.
E il maestro tornò a domandare: "Allora non è possibile parlargli a voce bassa?"
Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.
Allora egli esclamò: " Voi sapete perchè si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l'uno con l'altro. D'altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perchè? Perchè i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E' questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano." Infine il pensatore concluse dicendo: "Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perchè arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare." ( Mahatma Gandhi )



"La comunicativa, l'arte di parlarsi e dire con chiarezza ciò che si intende e si sente, di ascoltare l'altro ed essere sicuri di aver capito bene, è la capacità principale per creare e mantenere un rapporto d'amore".

Spesso nella coppia ci si pone la domanda "Ma perché non mi capisci?" pronunciata prevalentemente dalle donne rispetto agli uomini. Questa domanda andrebbe trasformata "Come possiamo costruire un rapporto sulla reciproca comprensione?"
Va puntualizzato che "comprendere" non significa "concordare" perchè si può accettare la possibilità di comprendere appieno il punto di vista dell'altro, senza necessariamente concordare, mentre nella coppia, spesso l'accettazione del punto di vista altrui significa anche essere d'accordo.
Comprendere non significa cedere e riconoscere l'altro più forte di noi, al contrario, quanto più riusciamo a con conoscere meglio i suoi bisogni tanto più facilmente riusciamo a conquistare la sua fiducia e perfino la sua attenzione nei nostri confronti fino al punto di "vendergli" (se siamo particolarmente bravi) le nostre idee.
Ma per poter comprendere è necessario saper ascoltare, cosa che tutti pensiamo di saper fare dalla nascita ma che in realtà facciamo solo a livello superficiale.
La mancanza di ascolto attivo è la causa principale dei litigi. In una discussione accade spesso di non prestare realmente ascolto alle parole dell'altro; la nostra mente è impegnata non tanto a capire la sua posizione, ma ad elaborare una risposta.
Ascoltare in modo attivo significa manifestare reale interesse per quello che l'altra persona dice e ciò che lascia intendere con il linguaggio non verbale. Nell'ascolto attivo mente e corpo sono protesi verso l'altro e questo permette di capire le motivazioni che l'hanno spinto a dire o fare qualcosa prima di giudicare o di sentirsi feriti ed offesi. Insomma ascoltarsi aiuta a capirsi e quindi ad amarsi di più.

Dott. Roberto Cavaliere

L’incomunicabilità è il problema più grave di questo nostro nuovo millennio. Ormai non si parla più la stessa lingua nella stessa comunità. Le aperture multi etniche e le società cosmopolite piuttosto che essere vissute come possibilità e come risorse, diventano delle chiusure e delle barriere che evidenziano una distanza incolmabile tra le religioni, tra diversi usi e costumi, anche tra persone della stessa estrazione sociale. Questa distanza tra le persone, questa distanza con l’altro, rischia di generare una sorta di integralismo imploso, dove alla fine potrà regnare solo il tutti contro tutti, dove la fiducia non potrà essere più riposta in nessuno, stroncando definitivamente quella condizione rurale dei rapporti che esigeva di ritrovarsi in comunità per raccontare a sera le vicissitudini del giorno appena concluso o per insegnare ai figli attraverso l’esperienza degli anziani la conoscenza del mondo. Oggi, che le possibilità della trasmissione del sapere e della conoscenza sono ampliate a dismisura dall’ingresso dell’uomo nell’era tecnologica, egli tende a un’involuzione, curvato sotto il peso della babele di messaggi e di condizionamenti che lo investono quotidianamente. La paura sembra essersi re impossessata dell’homo tecnologico, che per fuggire dal peso insopportabile delle sue fobie e delle sue paure, così come l’uomo preistorico si chiudeva nelle caverne aspettando l’allontanarsi del pericolo, si chiude in sé stesso e nel buio della sua incomprensione del mondo, dimenticando che troppo spesso ormai, la belva è già dentro, quando ci preoccupiamo di sbarrare le porte all’altro.

Luca Vallet

La canzone dell'impossibile - Sergio Cammariere

La solitudine.
La pioggia che dolcemente cade sulla città
Un pomeriggio di fine inverno dopo il temporale
raggi di sole si infiltrano tra nuvole malate
di primavera

pensa a una stanza con finestre altissime
e un barlume di passato che riappare
come se il vivere fosse attaccato ai tuoi vestiti
e del prezzo che paghi come ogni soldato
che ha chiuso la vita in un bacio non dato
ma tu ora dimmi che cosa volevi da me

Ritorna l’ordine dopo il disordine
accettiamo il caos insieme all’utopia
Con la matita un giorno scrissero
la nostra storia pronta ad essere cancellata
Ma c’è una calma e un cielo così limpido
Che non mi sembra più nemmeno una città.

Verso la fine dell’inverno il pomeriggio annuncia giorni lunghi e miti
cercando un senso dove non c’è un senso è li che t’incontrai
e ora mutano insieme a te giorni e stagioni che scendono al mare
su un letto di fiumi che parlano ancora al poeta che scrive per te

Guardiamo il mare con l’occhio implacabile
Poi ci tuffiamo tra le verdi onde
e dagli spruzzi alcune gocce si posarono laggiù
dove sull’orizzonte sta un arcobaleno
in chiave di violino.


mercoledì, 21 gennaio 2009

“La Donna di Parigi"

La donna di Parigi è un film diretto e prodotto da Charlie Chaplin e interpretato da Edna Purviance; fu proiettato la prima volta il 1° ottobre 1923. Unico film, insieme a La contessa di Hong Kong del 1966, in cui Chaplin non recitasse la parte di protagonista (vi compariva per un attimo, nei panni di un facchino; nella Contessa ricoprì, invece, il ruolo di un cameriere).
 
  
In un paesino della provincia francese la relazione contrastata dai rispettivi genitori convince due giovani innamorati a progettare la fuga verso Parigi, dove coronare col matrimonio il loro sogno d'amore.
Nel cuore della notte, in una deserta stazione ferroviaria, la timida Marie (Edna Purviance), sconsolata e addolorata per essere stata ripudiata dal padre, attende l'arrivo del suo Jean (Carl Miller) per prendere insieme il treno del quale ha intanto acquistato i biglietti. Il protrarsi dell'attesa le suggerisce una telefonata a casa di lui dove un dramma inimmaginabile è in corso: il padre sta morendo d'infarto, schiacciato forse dal dolore per la relazione non gradita del figlio, che non riesce però a comunicare telefonicamente l'accaduto a Marie. Ella, pensando di essere stata respinta, al sopraggiungere del treno, decide di prenderlo per raggiungere Parigi da sola.
Un anno dopo Marie è la mantenuta di un facoltoso uomo di mondo parigino, lo scapolo Pierre Revel (Adolphe Menjou). La sua esistenza trascorre nel lusso e nella lussuria di un mondo sfavillante, effimero e lascivo, dove il tenore di vita pare essere agli antipodi dei buoni sentimenti e della comune morale. Ma anche in questo abbagliante mondo è possibile trovare un equilibrio, purché i suoi protagonisti accettino la regola dell'ipocrisia su cui poggiano i rapporti, poco affettivi e molto interessati.
Venuta a conoscenza che Pierre si è fidanzato con una donna altrettanto ricca Marie si rifiuta di uscire con lui e ricorre alla compagnia di alcune sue amiche. Ed è rispondendo all'invito alla festa di una di queste che, recandosi all'appartamento indicatole, dove la festa è in procinto di scivolare in un'orgia affollata, Marie, bussando alla porta sbagliata, si imbatte nello studio di un pittore, che altri non è che il suo Jean col quale progettava matrimonio e famiglia solo un anno prima.
L'incontro fortuito riaccende la passione e col pretesto di farsi fare il ritratto Marie coglie l'occasione per fissare alcuni momenti in cui rivedersi ed aiutare Jean, che vive modestamente con la madre. A ritratto ultimato, in cui lui la dipinge esattamente come era l'ultima volta che si videro prima della sua partenza, Jean coglie l'occasione per dichiararsi e chiederle nuovamente di sposarlo. Ella liquida allora il suo facoltoso protettore scoprendosi ancora innamorata di Jean. Recatasi allo studio per accettare la proposta di matrimonio, ha modo d'udire, non vista, la conversazione di Jean con l'anziana madre che teme per il futuro del figlio. Confrontato con le preoccupazioni di lei Jean afferma di non essere sinceramente interessato a sposare Marie. Accortosi solo dopo della sua presenza nella camera attigua, tenta inutilmente di impedirne il definitivo allontanamento.
Marie allora riallaccia il legame con Pierre, che nel frattempo si è consolato con una delle presunte amiche di Marie. Nello sfarzoso ed esclusivo ristorante dove Marie ha modo d'ostentare rango e territorio riconquistati, Jean, armato di revolver, le fa pervenire un biglietto con la richiesta di un ultimo incontro. Pierre sottrae il biglietto alla donna e invita il contendente al tavolo dove stanno cenando e dove ben presto scoppia una lite tra i due uomini, prontamente sedata dal personale di servizio che invita Jean ad abbandonare il locale.
Nella sala da pranzo pare tornata la calma, ma l'eco di uno sparo raggiunge i commensali e in particolare Marie, che presagisce accadimenti funesti. Jean, infatti, si è suicidato nell'atrio del ristorante.
La salma di lui viene riconsegnata all'anziana madre che, in preda alla disperazione ed ai sentimenti suscitati in lei dal ritratto di Marie, che sovrasta il letto dove giace il corpo del figlio, si arma di revolver e si dirige verso la residenza della donna. Qui giunta apprende che ella è appena uscita per andare a casa di Jean e dargli un estremo saluto. La donna ritorna allora sui suoi passi e trova Marie in lacrime riversa sul corpo senza di vita dell'amato. Solo in quel momento comprende il vero sentimento di Marie per Jean, abbandona così l'arma e i suoi propositi di vendetta.
La scena successiva ci mostra l'anziana madre di Jean e Marie intente ad accudire alcuni bambini orfani in una casetta di campagna, lontana dalle luci di Parigi, adibita a centro di accoglienza per minori. Esse, accomunate dal dolore, si dedicano ad un'opera di bene gratuito che pare ripagarle con la serenità. Per un attimo i destini di Marie e di Pierre si sfiorano nuovamente. Lungo la strada sterrata nei pressi dell'istituzione la macchina di lui incrocia il carretto su cui Marie è salita per fare una commissione, ma egli non si accorge di lei. Alla domanda del compagno di viaggio di Pierre se questi abbia più ricevuto notizie di Marie, egli risponde con una leggera scrollata di spalle ed una vaga smorfia del viso. L'ultima scena li vede entrambi allontanarsi in direzioni opposte verso le rispettive scelte di vita.
Film bello, in cui Chaplin non compare in prima persona. Questo film vuole far capire come le scelte che facciamo possono condizionare la nostra vita per sempre e come un progetto che sembra fattibile può andare in polvere per le banalità che ci pone la vita. È il primo dramma di Chaplin girato prima dell'avvento del cinema muto. Triste e drammatico ma da vedere assolutamente.
   

“La Donna di Parigi non ebbe un successo paragonabile a quello degli altri film”, osservò René Clair, aggiungendo poi: “Il cinema muto americano ha trovato in quest’opera fallita lo spunto per il rinnovamento. Chaplin ha dimostrato con questo film di essere soprattutto un autore. Poco importa se altri attori gli danno in prestito la propria maschera. Egli è ovunque, crea ogni personaggio. Queste scene, le ho viste dieci o dodici volte. Ogni volta ammiro la loro misura precisa, il loro collegamento, la loro scorrevolezza (… ). Di queste scene notissime si può prevedere ogni particolare. Ma il loro valore umano è inesauribile”. Fu questo film a introdurre veramente la psicologia nel cinema drammatico. Era estremamente scarno nella sua classica concisione. Gli effetti erano ridotti al minimo, il racconto si fondava soprattutto sull’impiego di oggetti, di accessori, di allusioni, di terze persone. E, per ottenere dagli attori una recitazione piena di naturalezza, Chaplin li ha collocati nel teatro di posa nelle stesse condizioni in cui si trovano nella vita. “Ho trattato il soggetto con un minimo di effetti — ha detto Chaplin del suo film — evitando di sottolineare o di forzare qualsivoglia particolare in un tentativo cosciente di mostrare il più possibile attraverso la suggestione. Tutte le persone interrogate hanno, senza eccezione, osservato due cose: primo, l’arrivo e la partenza del treno che non si vede, secondo, il salto d’un anno nella vita d’una donna”. Il film s’apriva con questa prefazione: “L’umanità non è composta di eroi e di traditori, ma semplicemente di uomini e di donne. E le passioni li agitano, passioni buone e cattive. È stata la natura a darle loro. Essi errano come ciechi. L’ignorante condanna i loro errori, il saggio li compatisce”. Più tardi Chaplin dichiarò: “Il mio film non ha avuto tutto il successo sperato, perché la sua conclusione non lasciava posto a nessuna speranza”. Il film avrebbe dovuto chiamarsi prima Destini poi Public opinion. Divenne alla fine A Woman of Paris (tranne che in Francia). Un critico di "Cinémagazine" nel 1923, vedendolo, provò "un fremito dinanzi a un nulla più grande della morte, quello dell'incomprensione reciproca tra due esseri, di tutti gli esseri umani che, ispirandosi a Maupassant, la profonda sensibilità di Chaplin sembra sottintendere. Forse che l'essere umano non è sempre solo, solo, solo?..." La Donna di Parigi, precursore del tema dell' "incomunicabilità"? Il film è noto anche dal titolo della versione francese, come Opinione pubblica.

Da Dizionario dei film, Firenze, Sansoni, 1968


martedì, 20 gennaio 2009

...Sognami!!!

Il cammino attraverso la foresta non è lungo se si ama la persona che si va a trovare. Proverbio Africano 

L'amore è cieco, ma sa vedere da lontano.  Proverbio Russo 

Una distanza materiale non potrà mai separarci davvero dagli amici. Se anche solo desideri essere accanto a qualcuno che ami, ci sei già.  Richard Bach

Sognami,
il sogno è un appuntamento per noi.
E poi.... cercami, toccami.
Sognami Amore
che sono lontano in mezzo al mare io.
E se mi trovi,
allora amami come vuoi,
col viso del tuo grande amore.
Sognami,
che sto lontano dal tuo viso e dal cuore,
e solo in sogno noi possiamo stringerci.
Sogno d'estate che
muove le lenzuola sopra le gambe, il tuo seno.
Tu puoi volare fino a me
sulle mie spalle o se vuoi con me
fai l'amore, oh!
Passerina in mezzo al cielo.
Tu sognami, sognami,
come il peccato più nascosto che hai.
Sognami.
Cattura il vento in un veliero e ritorna da me
che sogno solo questa mia nostalgìa.
Un'astronave che taglia il firmamento solo per noi,
solo noi che siamo atomi lontani
qualsiasi sogno che ti porti a me sognalo
a braccia aperte verso il cielo.
Con le tue dita trema
carezzati, toccami,
come se fossi il centro del desiderio,
il mistero.
In fondo in fondo ai sogni
godi ciò che sogni di me
come una donna o una bambina
non sò, ma so, mi sognerai,
in fondo al cuore i tuoi segreti
o più giù mi amerai.
Sotto una pioggia che non sai,
o nel ricordo che tu hai di me.
Sognerai,
i nostri occhi sognerai.
L'amore, le mani, il mio sudore
le mie promesse sognerai
perchè troverai le mie parole
in fondo al cuore
e vicino a me ti sentirai.

Amedeo Minghi


sabato, 17 gennaio 2009

...passeggiando sul Lungosenna, riflessioni parigine!!!

È la corrente che ti trascina, è la vita; non si può giudicare, né capire, non c'è che lasciarsi andare...
Jean Paul Sartre

Se vuoi davvero conoscere che cosa sia la rabbia, entraci, meditaci sopra, assaporala in molti modi, permettile di accadere dentro di te, lasciatene avvolgere, lascia che ti rannuvoli, sentine tutto il dolore e la sofferenza, sentine gli aculei e il veleno, senti come ti trascina in basso, i modi in cui crea un valle oscura per il tuo essere. Senti come attraverso la rabbia cadi in un inferno, in che modo diventa una corrente impetuosa che ti trascina inesorabilmente verso il basso. Percepisci tutto questo, conoscilo. Quella comprensione darà il via ad una trasformazione dentro di te. Conoscere la verità significa essere trasformati. La verità libera, ma deve essere sentita da te in prima persona.
Rabbia e tristezza sono la stessa cosa. La tristezza è rabbia passiva e la rabbia è tristezza attiva. Poiché la tristezza affiora con facilità, la rabbia sembra qualcosa di difficile; ma è così, solo perché sei troppo sintonizzato con la parte passiva. Per una persona triste è difficile andare in collera, se riesci a fare arrabbiare una persona triste, tutta la sua tristezza scomparirà immediatamente. Una persona rabbiosa troverà molto difficile essere triste: se riesci a renderla triste, tutta la sua rabbia scomparirà immediatamente. In tutte le nostre emozioni la polarità di fondo permane: uomo e donna, yin e yang, maschile e femminile. La rabbia è maschile, la tristezza è femminile. Pertanto se sei in sintonia con la tristezza, ti sarà difficile spostarti verso la rabbia, ma vorrei che tu lo facessi. Il suo semplice esplodere all'interno non sarà di grande aiuto, perché di nuovo cercherai un modo per essere passivo. No, ti consiglio di lasciarla uscire, di scatenarla all'esterno. Anche se sembra qualcosa di assurdo, fallo comunque! Sii un buffone ai tuoi stessi occhi, ma lascia affiorare all'esterno ciò che rumini dentro di te. Se riesci a fluire fra la rabbia e la tristezza, diventeranno entrambe estremamente facili. In questo caso sperimenterai una trascendenza e a quel punto sarai in grado di osservare come un testimone imparziale. Potrai stare dietro lo schermo e osservare questi giochi, e a quel punto potrai andare al di là di entrambi.

Ma come prima cosa dovrai imparare a muoverti con facilità fra queste due cose, altrimenti avrai la tendenza a essere triste e quando qualcosa grava tanto dentro di te, è difficile qualsiasi trascendenza. Ricorda: quando due energie, due energie opposte, sono del tutto simili, sono in gioco al cinquanta per cento ciascuna, diventa facile uscirne, poiché saranno in lotta e si annulleranno a vicenda e tu non sarai preso nella morsa di nessuna delle due. Se in te ci sono il cinquanta per cento di rabbia e il cinquanta per cento di tristezza, esse si equilibrano e dunque si annullano a vicenda. All'improvviso sei libero e puoi scivolare fuori da entrambe. Se però in te ci sono il settanta per cento di tristezza e il trenta per cento di rabbia, allora diventa estremamente difficile uscirne. Quel trenta per cento di rabbia è in conflitto con il settanta per cento di tristezza, il che vuol dire che esiste ancora un trenta per cento di tristezza che renderà impossibile un equilibrio: non ti sarà facile scivolarne fuori, quel trenta per cento graverà su di te. Dunque, questa è una delle leggi fondamentali delle energie interiori: lascia sempre che le polarità opposte giungano a equilibrarsi, in questo caso sarai in grado di scivolare fuori da entrambe. È come se due persone stessero lottando e tu riesci a scappare da entrambe: sono così impegnate tra di loro che non ti devi preoccupare di difenderti, puoi scappare via! Non chiamare in causa la mente. Fanne un semplice esercizio, puoi farne un esercizio quotidiano. Sii amico di ciò che senti, qualsiasi sia la situazione, le cose stanno così come stanno. Accettalo e lascia che affiori ciò che è, lascia che si presenti di fronte a te. Infatti, il semplice dire:«Non reprimere» non è sufficiente. Se me lo permetti, vorrei dire:«Sii amico di ciò che senti». Ti senti triste? Sii amico di quello stato d’animo. Prova compassione per ciò che senti. Anche la tristezza ha un proprio essere. Dalle spazio, abbracciala, siediti al suo fianco, tienila per mano. Sii amico, sii innamorato… la tristezza è qualcosa di meraviglioso! Non c’è nulla di male in essa. Chi ti ha detto che è un male sentirsi tristi? In realtà, solo la tristezza ti dà profondità. La risata è qualcosa di superficiale, la felicità è qualcosa di epidemico, la tristezza raggiunge le tue ossa, il tuo midollo. Nulla va in profondità come la tristezza. Dunque non ti preoccupare. Resta in contatto con la tristezza: ti porterà a toccare la tua essenza più intima. La puoi cavalcare e arriverai a conoscere alcune cose nuove del tuo essere che non hai mai conosciuto in passato. Quelle cose ti possono essere rivelate solo quando sei in uno stato d’animo triste, non ti potranno mai essere rivelate quando sei in uno stato di felicità. Anche l’oscurità è ottima, anche l’oscurità è divina. A Dio non appartiene solo il giorno, anche la notte gli appartiene.

Come mai la gente va in collera con te? Di fatto non è in collera con te, ha paura di te e per nascondere quella paura, le persone devono per forza proiettare rabbia. La rabbia serve sempre a nascondere la paura. La gente usa ogni sorta di strategie. Ci sono persone che rideranno solo per riuscire a fermare le lacrime. Nella risata loro si dimenticano, tu ti dimentichi… e in questo modo le lacrime possono restare nascoste.
Nella rabbia, la paura dell’altro resta nascosta.
È la paura che tiene la gente chiusa in se stessa. Certe persone non ti possono sentire, hanno paura di ascoltare!

da “Il gioco delle emozioni. Liberarsi da rabbia, paura e gelosia.” Osho


giovedì, 15 gennaio 2009

...da Montmartre con Amore!!!

Chi ama si dona con tutta la propria fragilità lasciando che i respiri sian sensuali parole, doni innocenti senza il soffocamento dell'ipocrisia.

La vita non si basa su una quantità di respiri, ma su momenti che accendono i respiri.

Quando si è innamorati anche un fulmine che squarcia il cielo più nero è bellissimo.

Baldo Bruno

 Et si tu n'existais pas... - Joe Dassin 1975

Se tu non esistessi
dimmi perchè esisterei io?
Per trascinarmi in un mondo senza di te
senza speranza e senza rimorsi

E se tu non esistessi
cercherei d'inventare l'amore
come un pittore che vede sotto le sue dita
nascere i colori del giorno
e chi non ci crede

E se tu non esistessi
dimmi per chi io esisterei.
Per dei passanti addormentati nelle mie braccia
che io non amerei mai

E se tu non esistessi
non sarei che un puntino in più
in questo mondo che viene e che va,
io mi sentirei perduto
avrei bisogno di te

E se tu non esistessi
dimmi come esisterei io.
Potrei fare finta di essere io
Ma io non sarei vero

E se tu non esistessi
credo che l'avrei trovato
il segreto della via, il perchè,
semplicemente per crearti
e per guardarti.


martedì, 13 gennaio 2009

BACI E ABBRACCI dalla bella, romantica, affascinante, seducente...

Nel bel mezzo dell'inverno ho infine imparato che vi era in me un'invincibile estate!!!
Albert Camus

In amore non può esserci tranquillità, perché il vantaggio conquistato non é che un nuovo punto di partenza per nuovi desideri.  Marcel Proust

Cantate e danzate insieme e siate felici, ma fate in modo che ognuno di voi sia anche solo, come sono sole le corde di un liuto, sebbene vibrino alla stessa musica.  Kahlil Gibran

Il coraggio, che è il sesto senso, permette di scoprire la strada più breve verso la vittoria.  Kahlil Gibran

Parigi (O Cara) - Roberto Vecchioni

Per cercare le stelle chiuse nella tua mano
quante volte nel buio io l'ho stretta ma piano
trovai forse mille forse più
forse più forse più parole
cantai così tanto
che la notte gridò che così non vale
non è più amore
ed il sole di maggio ricomincia a bruciare
non aspetto i tuoi passi, non le guardo le scale
e quando partivi senza più
senza più senza più tornare
adesso ritorni e ora che ora che ora che mi parli
sai che mi perdi
Parigi Parigi
Parigi Parigi è lontana
ma oramai ci so arrivare
io la vedo e tra un momento
la potrò toccare
Parigi Parigi
Parigi Parigi è vicina,
è una stella nella sera
dove fuggono i ricordi di una notte scura
e vanno via
Fino a quando mi lasci fino a dove mi aspetti
sono tanti i miei giochi per passare le notti
ma dopo ogni notte riapro e richiudo la porta
e fuori è già l'alba
non c'eri e non c'è nessun'altra
eri la sola, e cammina cammina solo per i tuoi occhi
li vedevo vicini ma era un gioco di specchi
ma forse era in sogno forse fu forse fu forse fu in sogno
ma forse era vero quello che quello che quello che
sognavo
ed io non c'ero
Parigi Parigi Parigi Parigi è lontana
è una luce sopra il mare,
è l'amico che hai lasciato
e che ti sa aspettare
Parigi Parigi Parigi
Parigi è un momento, è una stella nella sera
dove fuggono i ricordi di una notte scura
e vanno via
Parigi Parigi Parigi Parigi è lontana
è una stella nella sera 
e il tuo viso che mi manca non mi fa paura
Parigi Parigi Parigi
Parigi è vicina e oramai ci so arrivare
io la vedo e tra un momento la potrò toccare

Robert Robert Robert Robert
Cruscion, le san mon, le poul var,
mon mart, trasart, bodleir, jarry,
è tempo di riaccendere le stelle consigliere
là sopra le lamiere della tour eiffeil
Robert, metrò, bistrou, gigolò,
Rimboud veleggerà sul tetto della città
Nuvola artificiale di alluminio
E costruiremo riformatori più grandi e luminosi
i delinquenti di oggi saranno i dirigenti di domani
Tiscion, le san mon, le vui fan,
la prima volta che mi uccisi, là,
sulle lamiere della tour eiffeil
lo feci solamente per far rabbia alla mia amante
ormai son solo al mondo e se muoio anche io
non avrò più nessuno
Robert Robert Robert Robert


domenica, 11 gennaio 2009

PER TUTTI UNA...........

Chiunque può simpatizzare col dolore di un amico, ma solo un animo nobile riesce a simpatizzare col successo di un amico.
Oscar Wilde

giuli_noi