...le cose si scoprono, si conoscono, solo grazie all'osservazione.
vivo consapevolmente ogni attimo

Il concetto moderno di sincronicità nasce dall’incontro di un Premio Nobel della fisica, Wolfgang Pauli, con uno dei padri della psicologia del profondo, Carl Gustav Jung. Pauli sostiene che a livello di fisica quantistica la realtà è coinvolta in una "danza astratta" senza alcuna causa materiale; sostiene, inoltre, che tutte le particelle possono essere divise in due gruppi a seconda della danza che eseguono. Fermioni, elettroni, protoni, neutroni e neutrini formano il gruppo che compie una danza antisimmetrica. Mesoni e bosoni (tra cui i fotoni) compiono una danza simmetrica.
Nel caso delle particelle antisimmetriche, risulta che questa danza astratta ha l'effetto di tenere sempre separate le particelle con la stessa energia. Nel caso del principio di esclusione, due elettroni non possono danzare sullo stesso orbitale atomico a meno che non abbiano spin (rotazione, polarità) opposta. Proprio come gli uomini danzano solo con le donne. Questa esclusione tra particelle uguali non è il risultato di una forza, cioè non è un atto causato, ma il risultato di quel movimento astratto delle particelle prese nel loro insieme, che chiamiamo antisimmetria. La danza collettiva ha un effetto profondo sulle singole particelle. Questo principio di esclusione permette agli elettroni di un atomo di disporsi su differenti orbitali (livelli di energia), e rende gli atomi stessi differenti tra loro per proprietà e caratteristiche. Pauli contribuisce alla comprensione delle leggi armoniche della realtà con la scoperta di una struttura astratta che si nasconde dietro la superficie della materia atomica e determina il suo comportamento in maniera non-causale.
È così creato il presupposto sperimentale alla legge di sincronicità sul piano della fisica quantistica.
La vita di Pauli, nonostante il suo interesse per la simmetria interiore, era tuttavia caduta in un grave stato di disordine. Nel 1928, parallelamente alle sue grandi scoperte nel mondo razionale della fisica quantistica, la sua vita psicologica venne gravata dal suicidio della madre a cui seguì un disastroso matrimonio con una cantante di cabaret che lo abbandonò poche settimane dopo. Alcool e depressione accompagnarono un crollo nervoso, che lo portò ad incontrare Jung. Il lavoro sul profondo fu di grande aiuto: Pauli produsse più di mille sogni e impressioni visuali da cui emergevano simboli e figure archetipiche marcatamente simili a quelle degli alchimisti medioevali. Questi sogni culminarono nella visione di un orologio cosmico della più sublime armonia, che Jung definì sintomatico di un'avvenuta conversione. La rinascita di Pauli seguiva una profonda logica di simmetria e di equilibrio che, dal mondo dei quanti, si proiettava in quello della psiche.
La legge della sincronicità aveva ancora una volta manifestato la sua potenza sottile.

Jung riteneva che il sincronicismo è il pregiudizio dell’Est, la causalità è il moderno pregiudizio dell’Ovest. Jung credeva nell’esistenza di un inconscio collettivo, un’area profonda e universale della mente, una dimensione dell’esistenza che, nascosta sotto le apparenze della realtà esteriore, ne condiziona e ne dirige i movimenti. Durante il periodo che segnò la rottura con Sigmund Freud, a Jung accaddero una serie di situazioni sincroniche. La più conosciuta di queste sincronicità avvenne mentre Freud stava rimproverando Jung della sua passione per lo spiritualismo, e lo metteva in guardia contro la marea nera di fango dell’occultismo. Jung provò un'emozione di reazione, sentì un caldo bruciante al diaframma dopodiché entrambi udirono un forte suono proveniente dalla libreria. Jung ebbe la sensazione che quel colpo fosse dovuto alla sua situazione energetica interiore, e lo comunicò a Freud, che dissentì. Subito dopo Jung espresse la sensazione che l'effetto si sarebbe ripetuto, cosa che puntualmente avvenne lasciando Freud molto scosso.
Da quel momento le loro strade si separarono e questo condusse Jung a vivere il periodo più difficile della sua vita; iniziò un’esplorazione della psiche, dei tipi psicologici, dell'estroversione e dell'introversione fino ad elaborare il concetto di inconscio collettivo. La sua ricerca entrava nelle pericolose aree profonde in cui l'antico e lo spirituale si incontrano, in cui sarebbe utile la presenza di un maestro o di una guida, e che Jung, grazie alla sua forza interiore, riuscì ad esplorare da solo.
Dopo un sogno in cui aveva simboleggiato la sua mente come una casa con una cantina nascosta, in cui una porta conduceva in una caverna ancora più remota e preistorica, Jung iniziò la sua discesa simbolica nelle profondità della coscienza, come gli Dei sumeri che scendevano agli Inferi prima di raggiungere le vette risplendenti.
Il grande psicologo ebbe una serie di visioni terrifiche e angoscianti, in cui antichi spiriti come Filemone, Simon Magnus, Lao Tzu, Klingsor, entravano in contatto con lui, istruendolo e facendogli da guida. Gli episodi culminarono nel 1916, quando l’intera abitazione di Jung era "infestata" dalle presenze che lo portarono a scrivere I sette sermoni ai morti, uno scritto profetico con una visione cosmologica globale del mondo fisico e spirituale. Questo scritto segna la fine del periodo di caos mentale di Jung; vi si trovano elementi concettuali di grande importanza come la creazione della coscienza individuale, la creatura, dall’indifferenziato pleroma, e intuizioni sul terreno comune da cui sono evolute la mente e la materia. La sua intuizione dei miti della creazione anticipa i caratteri della visione olistica; Jung aveva conosciuto le profondità e le vette della sua psiche ed era, così, pronto per comprendere e dare espressione in termini moderni all’antico concetto di sincronicità.

Dopo l’incontro con Pauli, Jung fu in grado di cristallizzare le sue idee. Nel 1952 i due studiosi pubblicarono insieme L’interpretazione e la natura della psiche che conteneva due saggi, uno di Pauli sull'influenza degli archetipi nella teoria di Keplero, l'altro di Jung sulla natura della sincronicità. In questo saggio Jung descrive la sincronicità come "la coincidenza nel tempo di due o più eventi causalmente non correlati anche se legati dallo stesso o simile significato" o come "parallelismo acausale" o anche come "atto creativo". Su suggerimento di Pauli, Jung produsse il diagramma in cui la sincronicità bilanciava la causalità così come il tempo bilancia lo spazio. Il fisico suggerì che si enfatizzassero le differenze e le similiudini di sincronicità e causalità e che si introducesse il concetto di "significato"; così facendo, Pauli suggeriva una via attraverso la quale l’approccio obiettivo della scienza e della fisica (basata sulla connessione attraverso effetti) potesse essere integrato con valori più soggettivi (connessione attraverso equivalenza o significato). L'intera nozione di "significato" è di fatto il cuore stesso della sincronicità: l'essenza di un evento sincronico è proprio il significato che esso ha per colui che lo sperimenta. La sincronicità agisce come specchio dei processi interiori, creando forti paralleli tra eventi esteriori e interiori, una similitudine delle informazioni e delle coscienze. Pauli credeva che la sincronicità potesse rendere possibile il dialogo tra fisica e psicologia, facendo entrare il soggettivo nella fisica e l’oggettivo nella psicologia. Fisica e psicologia qui valgono come materia e coscienza, come scienza e sacralità. Secondo Pauli era necessaria questa visione globale per poter comprendere gli aspetti soggettivi e oggettivi come manifestazioni implicite di uno stesso fenomeno.
Fino al termine della sua vita, - riporta David Peat nel suo libro Synchronicity: the bridge between matter and mind - Pauli conservò una profonda convinzione del potere della simmetria. Mentre lavorava intensamente alla teoria del campo unificato, scrisse al suo amico Heisenberg: "Divisione e riduzione della simmetria, questo è il bandolo della matassa! La forma è un antico attributo del diavolo... se solo i due contendenti divini - Cristo e il Diavolo - potessero notare che sono cresciuti in modo così simmetrico!" Forma e coscienza, spazio e tempo, energia quantica e informazioni sono sempre cresciuti parallelamente.

"Tra santi e prostitute, tra Dio e mondo, la danza". Cosi parla Nietzsche, dopo aver scosso tutte le figure di stabilità che Platone aveva ordinato in quell'al di là del cielo nominato "iperuranio". Ma proprio puntando verso il cielo il suo Cannocchialearistotelico Emanuele Tesauro nel 1663 scopre che all'origine del mondo c'è "quell'arte nobilissima che è la danza di cui si dice ella esser nata da principio col mondo istesso". In verità, prima che il divino fosse irrigidito nel concetto di Dio e il sacro separato dal profano, anche Platone conveniva che "furono proprio quegli dei che ci sono stati offerti come compagni di danza a farci dono del ritmo e dell'armonia come espressioni del piacere" (Leggi, 654 a). Qui l'antica cultura greca consuona con quella biblica dove il salmista loda il Signore "con timpani e danze" (Sal.150,4) e dove Davide "danzava con tutte le sue forze davanti al Signore" (2,Sam. 6,14).
Fu il Cristianesimo a separare il sacro dalla danza e a irrigidire il corpo in uno spazio controllato e chiuso. Cosi Giovanni Crisostomo scrive che "Ubi saltatio, ibi diabolus", mentre Ambrosio indica nella "saltationem" la via più prossima all'impudicizia. Se poi la danza dovesse essere il modo di celebrare la festa, allora Agostino non ha dubbi: anche nei giorni festivi "Melius est arare quam saltare". Man mano che il sacro cessa di essere il luogo d'incontro di puro e impuro, per diventare luogo di mortificazione e ascesi, man mano che la parola, la scrittura, la mente diventano i veicoli del sacro, il corpo e i suoi gesti che la danza anima passano dal regno di Dioniso a quello del Diavolo, dalle Baccanti alle Streghe del sabba.
Con il Rinascimento e la nascita della scienza moderna il corpo viene riscattato dall'inferno in cui era stato relegato dalla religione dell'anima e disposto sulla tavola anatomica come corpo disciplinato dalla descrizione del sapere medico. Alle categorie religiose bene/male, anima/corpo, sacro/profano, subentrano quelle mediche di salute malattia che consentono di recuperare la danza come "benefico movimento", purché eviti gli eccessi e accada secondo disciplina. Atrofizzata nella ritualità delle buone maniere, la danza riappare come gesto acculturato. Ma è ormai la danza di un corpo chiuso, definito dai suoi confini con il mondo, non di un corpo aperto, grottesco, che entra ed è invaso dal mondo.
La laicizzazione del corpo non comporta quindi alcuna apertura al mondo e perciò la danza codificata di corte può essere accolta anche in ambito religioso purché, nell'esprimersi, i corpi evitino i contatti, perchè, come scrive Francesco di Sales: "I corpi umani assomigliano a dei cristalli, che non possono essere trasportati insieme, perchè toccandosi l'un con l'altro corrono il rischio di rompersi, e ai frutti che, sebbene intatti e ben preparati, si guastano, se si leccano gli uni con gli altri".
I consigli di Francesco di Sales sembrano presi alla lettera dai giovani delle nostre discoteche avvolti in una danza solipsistica, dove anche quando si mimano gli atti del coito non si spezzano le pareti dell'incomunicabilità. L'eccesso d'energia sprigionata dai corpi, il tentativo di compensare con i gesti l'afasia del linguaggio, il ritmo meccanico che affoga l'espressività gestuale in una cadenza senza tempo, le luci stroboscopiche che, spezzando la continuità del movimento, ne inchiodano le forme, sono la parodia della danza, dove ciò che drammaticamente trapela è l'incapacità di riportare il corpo al centro della propria esperienza. Infatti l'atmosfera apocalittica, orgiastica, ipertecnologica delle nostre discoteche in cui è ricoverata la danza, come la malattia all'ospedale e la morte al cimitero, dice di corpi che hanno rinunciato ai propri gesti per regredire a quel gesto autonomo e per tutti identico che è il ritmo, qui inteso come ritmo cardiaco, ritmo respiratorio, in cui sono rintracciabili le prime forme d'esisienza, quelle del ventre buio della madre, e quella del grido lacerante appena se ne esce. L'intenzione è di spostare le gabbie del proprio corpo oltre quelle delle convenzioni, il risultato è di ridurre il proprio corpo alla cadenza anonima del ritmo.

E così si perde il segreto della danza che è poi quello di curare una società che tende a rimuovere ciò che vive come malattia. La malattia di un'emotività che non sarà mai sistematica, la malattia di un'umanità irriducibile alle regole comportamentali che si è data, la malattia di un corpo che sfugge alla dimensione carnale che gli è stata imposta, la malattia di un'anima che non sa resistere nella gabbia dell'intelletto, la malattia di una ragione che ciclicamente abdica al suo ruolo di dominatrice repressiva dell'esperienza.
Si perchè c'è un senso in cui è possibile dire che la ragione ha costruito se stessa come ragione disincarnata, con conseguente riduzione del corpo nei confini dell'opacità della carne. E siccome la danza rifiuta il dualismo conflittuale tra materiale e immateriale, siccome non vive il corpo come antagonista dell'anima, la danza, con la semplicità del suo gesto, dissolve il tratto disgiuntivo con cui la ragione procede opponendo il vero al falso, il bene al male, il positivo al negativo, l'alto al basso, per richiamare quell'ordine simbolico (syn-ballein significa "mettere assieme") da cui proveniamo e che ancora ci abita come fondo abissale in cui la coscienza cerca di gettare la sua pallida luce.
Nella danza, infatti, il corpo incarna le produzioni del senso simbolico o per confermarle nella ritmicità rituale, o per dissolverle nella frenesia orgiastica. Ciò e' possibile perchè nella danza il corpo abbandona i gesti abituali che hanno nel mondo il loro campo d'applicazione, per prodursi in sequenze gestuali senza intenzionalità e senza destinazione che, nel loro ritmo e nel loro movimento, producono uno spazio e un tempo assolutamente nuovi, perché senza limiti e senza costrizioni. Perdendo l'aderenza alle cose del mondo, nella danza ogni gesto diventa polisemico, ed è proprio in questa polisemia che il corpo può riciclare simboli, può confonderli o addirittura abolirli. Liberandosi nella pura gestualità non intenzionata, il corpo del danzatore descrive un mondo che è al di là di tutti i codici e di tutte le relative iscrizioni, perchè nella danza l'unico segno invisibile è quello in cui il corpo iscrive se stesso tra la terra e il cielo. In questo senso la danza costituisce un mezzo per sfuggire alla serietà dei codici che ci minacciano.
Scivolando l'uno sull'altro, nella danza i movimenti del corpo non si lasciano individuare, e quindi neppure analizzare, perchè danzati. Per la rapidità dei movimenti, la danza cancella di colpo le figure appena costruite, continua creazione e costruzione del mondo, composizione dei massimamente distanti, e quindi abolizione dei sensi costruiti in questa distanza. Parodia di ogni sistema, la danza dissolve tutti i sensi che vogliono proporsi come sensi definitivi. Leggerezza del corpo che ripristina la leggerezza dei simboli, la loro fluttuazione che gioca con la gravità dei codici e col rigore delle loro iscrizioni.
Se nel linguaggio sistematico dei codici il corpo si lascia esprimere dalla razionalità, nel linguaggio simbolico e nell'eccedenza semantica fluttuante che lo connota il corpo esprime la sua emotività, ciò che lo muove. Non essendo sistematica, l'emotività non potrà mai costituirsi nel linguaggio; debordando dai segni e slittando sui significati, l'emotività non ha altra possibilità di espressione se non nell'eccedenza semantica che scivola ai confini dei codici. per questo le società più diventano razionali, più aboliscono il linguaggio simbolico, togliendo sempre più spazio alle manifestazioni emotive che hanno nel corpo la loro radice.

Eppure non è la razionalità, ma è il fenomeno emotivo a far vivere i codici. Non basta infatti un sistema di segni perchè vi sia senso; il senso è sempre immesso da un referente emotivo, che può essere anche la paura per la decodificazione parziale o totale. Il linguaggio primitivo, che usa metafore organiche per esprimere le emozioni, parla del cuore, dello stomaco, del fegato, dei reni e in generale degli organi corporei come della sede delle reazioni emotive, e poi trasferisce questi organi fuori di sè per nominare le cose del mondo, per cui la casa ha una "faccia", il vaso una "pancia", il villaggio una "fronte". Con ciò il corpo e le sue parti non diventano il referente o il codice di tutti i codici, ma ciò che traduce un codice nell'altro, un sentimento in un organo, un organo in una cosa del mondo. La danza è il simbolo vivente di questa continua e ininterrotta traduzione, e a partire da qui possiamo incominciare a capire quel frammento gnostico che recita:
"Chi non danza non sa cosa succede"
UMBERTO GALIMBERTI, "LA DANZA DEL CORPO" in "XÁOS. Giornale di confine
kongo no
tsuju hitotsubu ya
ishi no ue

una goccia di rugiada
come un diamante
su una pietra
Kawabata Bosha



Catalano assetato d'oro e di gloria, Dalì ha dipinto molto e molto ha parlato. Era un artista poliedrico ed eclettico, le sue opere e la sua stessa vita, hanno rappresentato una provocazione permanente. E se anche oggi è riconosciuto come uno dei giganti dell'arte moderna, se anche il grande pubblico, sedotto dalla sua genialità, l'ha osannato, spesso le sue stoccate alla società dei benpensanti non vengono tuttora colte, e una mente che guarda al futuro viene ancora considerata avvolta dalla pazzia. Ma bastava ascoltarlo, per capire:
"L'unica differenza tra me e un pazzo, è che io non sono pazzo", diceva.
Dalì, con grande coraggio, ha deciso di essere un'artista in ogni senso, di fare della sua stessa esistenza un'opera d'arte, di essere un uomo pubblico, un uomo che è riuscito a fare di sé stesso un divo.
Ma era anche un uomo dalla curiosità insaziabile: nelle sue opere, si trova un'eco di tutte le scoperte e le invenzioni, di ogni dubbio o domanda. Nelle sue tele circonfuse di una lucida "folie", la mente e il genio trasportano le curiosità e gli interrogativi ancestrali che l'umanità da sempre si pone. Nell' alone surreale dei suoi dipinti vediamo nascite inverosimili e terribili, purezze ed estasi deliranti in un roteare geometrico di sfere, persone e passioni trasfigurate e trasportate in un altrove cosmico privo di leggi e ragione, dove ogni cosa è possibile. Dove ogni cosa è forse più reale di come ci appare nel mondo della realtà.
Salvador Dalì fu un uomo che riuscì a rendere la sua vita una provocazione continua, uno schiaffo morale al bon ton dell'alta società e alle sue ipocrisie.
La sua esistenza stessa può essere paragonata ad un'opera d'arte: per l'intensità che ha sempre caratterizzato ogni minuto della sua giornata; per l'amore, talmente forte da sembrare inverosimile, che lo univa a Gala, sua musa e amante; per quello sguardo che penetrava lo spazio e leggeva oltre la parvenza delle cose; per quei suoi modi di fare strani e inclassificabili, che lo hanno reso unico e indimenticabile.
La singolarità dell'uomo, la genialità dell'artista, la fantasia della ragione, sono state immortalate in numerosi scatti fotografici, che ci restituiscono parte del carisma di questa grande personalità dell'arte moderna. L'opera Di Salvador Dalì è estremamente vasta e ricca. Nei suoi dipinti si ritrovano oggetti surrealisti con funzionamento simbolico, sensazioni rese immagini, corpi attraversati da forme, significati inattesi e nascosti dietro colori contrastanti e vivaci. Forte e presente in ogni tela, come figura o come contenuto sotteso, l'amata Gala. Egli diceva:

Dalì stesso definì i propri quadri “fotografie di sogni fatti a mano”, realizzati con il preciso intento di materializzare con esatta precisione immagini irrazionali; opere come "La persistenza della memoria" sono concepite con una tale carica immaginativa, ed eseguite con una perizia tecnica così straordinaria, da poter essere annoverate tra i capolavori del XX secolo.
La persistenza della memoria, detto anche Gli orologi molli ovvero Il tempo che si scioglie, è uno dei dipinti eseguiti da Dalì conseguentemente all’elaborazione del metodo paranoico-critico, così ribattezzato dallo stesso artista, cioè il far emergere l’inconscio, secondo quel principio dell’automatismo psichico teorizzato da Breton ma generato dagli interessi per la psicoanalisi e per gli scritti di Freud. Si trattava dell’interpretazione delle forme basata sulla capacità di rielaborarle con l’immaginazione, similmente alla lezione di Leonardo da Vinci che invitava ad osservare le macchie sui muri per vedervi affiorare delle figure; in tal modo all’occhio umano si schiudevano muovi mondi, che sarebbe stato compito della pittura poi concretizzare.
Fra le varie testimonianze di questa capacità che Dalì acquisì di simulare il disordine di una mente paranoica, e di percepire immagini nascoste dietro l’apparenza, senza che la sua stessa mente fosse turbata, è appunto La persistenza della memoria, l’opera più conosciuta di Dalì, tanto che il motivo degli orologi molli che si liquefanno è poi diventato uno dei più famosi del Novecento.
Dalì stesso collegò tale soggetto alla propria ossessione per tutto ciò che era molle, e affermò che l’idea gli era venuta mangiando del formaggio Camembert stagionato.
Il molle, il contrario del duro, non poteva esprimersi pittoricamente meglio che in questo dipinto, che è allo stesso tempo la storia della personalità di Dalì, esternamente simile ad una fortezza, internamente sensibile ed ipermolle.
“…E il giorno in cui decisi di dipingere gli orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa…A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi ancora a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico della “ipermollezza” posto da quel formaggio…Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei miei più famosi, era terminato”.
Nel 1935 scrisse: ” i famosi orologi molli non sono altro che il molle, pazzo, solitario, paranoico-critico Camembert del tempo e dello spazio."
Il quadro è di un fascino incredibile e si presta a molteplici, anche fantasiose o azzardate interpretazioni, addirittura secondo alcuni critici gli orologi flosci nasconderebbero la paura dell’impotenza, ma piace di più pensare a questo dipinto come ad una geniale interpretazione della memoria e del tempo, trasposizione dell’onirico nel figurativo ed ennesima felice intuizione dell’incredibile genio di Dalì.
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Canzone del maschio e della femmina!
La frutta dei secoli
che spreme il suo succo
nelle nostre vene.
La mia anima che si riversa nella tua carne distesa
per uscire da te più buona,
il cuore che si spande,
si stira come una pantera,
e la mia vita, ridotta a schegge, che si annoda
a te come alla luce delle stelle!
Mi ricevi
come la vela il vento.
Ti ricevo
come il solco la semina.
Dormi sui miei dolori
se i miei dolori non ti bruciano,
legati alle mie ali,
che forse le mie ali ti porteranno,
raddrizza i miei desideri,
che forse compiangi la loro lotta.
Tu sei l'unica cosa che ho
da quando ho perso la mia tristezza!
Squarciami come una spada
o ricevimi come un'antenna!
Baciami,
mordimi,
incendiami,
che io vengo sulla terra
solo per il naufragio dei miei occhi di maschio
nell'acqua infinita dei tuoi occhi di femmina!
PABLO NERUDA




Farfalla azzurra
Piccola, azzurra aleggia
una farfalla, il vento la agita,
un brivido di madreperla
scintilla, tremola, trapassa.
Così nello sfavillio d'un momento,
così nel fugace alitare,
vidi la felicità farmi un cenno
scintillare, tremolare, trapassare.

"Trovare il proprio centro significa penetrare se stessi, fino a trovare nient' altro che una semplice presenza, non più una persona...un silenzio vivo, pieno della sua musica, della sua danza..." Osho
Gurdjieff nei suoi viaggi in cerca del 'miracoloso' e della 'verità', raccolse le Danze da vari ordini sufi, da monasteri cristiani e tibetani, da popolazioni del deserto. Insegnò queste danze, più altre di sua ideazione, perché i movimenti servissero a due scopi.
Il primo scopo è l'armoniosa evoluzione dei danzatori stessi: riequilibrare corpo-mente-emozioni, e quindi raggiungere un nuovo livello delle funzioni umane.
Il secondo scopo è la trasmissione: rivelare l'esperienza di un'altra dimensione di conoscenza della realtà e dell'energia universale, in connessione con quanto generazioni remote già sapevano, ed hanno voluto tramandare attraverso le Danze.
"…Se qualcuno danza, in profonda meditazione, ti può succedere di sentirti attratto, e attraverso la danza, quasi parte della danza, qualcosa della meditazione penetra il tuo essere.
Gurdjieff aveva preparato un gruppo di danzatori: i danzatori creavano energia meditativa, una grande onda di energia, tale che gli spettatori improvvisamente dimenticavano completamente la danza che erano venuti a vedere. A lato della danza percepivano qualcosa d'altro, e attraverso questo qualcosa si apriva una porta..." Osho
Per la vita di tutti i giorni il nostro corpo utilizza un repertorio di trecento o quattrocento movimenti soltanto. Questi gesti abituali non sono scelti consapevolmente ma dipendono dal paese, dall'epoca in cui si vive, dal mestiere che si esercita, eccetera.
Così come il corpo, anche la nostra mente e i nostri sentimenti hanno un repertorio assai ristretto.
"E' un'illusione quella che i nostri movimenti siano volontari: in realtà essi sono automatici. I nostri pensieri e sentimenti sono ugualmente automatici." G.I. Gurdjieff
La meditazione e' la medicina per uscire dalla prigione dei nostri automatismi.
Si può raggiungere lo spazio della meditazione attraverso qualsiasi atto caratterizzato dall'intenzione di essere consapevoli, desti, e di porre noi stessi come oggetto della ricerca. Normalmente la nostra attenzione è attratta da mille cose esterne. In meditazione torniamo a noi stessi. Le Danze Sacre sono un'ottima tecnica: utilizzando i movimenti del corpo, mantengono la presenza costante del danzatore nel qui-ed-ora. Questa è la chiave per iniziare l'esplorazione di te stesso. Forse troverai in te silenzio, vita, meraviglia, gioia, forza. Quando torni in contatto con le tue qualità interiori, diventi sempre più capace, attraverso la pratica, di incontrarle nella vita di tutti i giorni.
Una volta appresi i movimenti che costituiscono le Danze Sacre, si può avere un'esperienza di arte oggettiva. Questa è arte consapevole, creata da Maestri. Non dipende dalle abitudini posturali, mentali o morali di una particolare civiltà, e trasmette esattamente quella verità oggettiva che il suo creatore ha desiderato tramandare. Ciascun movimento acquisito correttamente racchiude una forza della quale il danzatore ha esperienza. Quando un gruppo di danzatori esegue un movimento, l'esperienza di meditazione si trasmette anche agli spettatori.
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