...le cose si scoprono, si conoscono, solo grazie all'osservazione.
vivo consapevolmente ogni attimo


ANSA.it
2007-09-24 19:58
FILOSOFO ANDRE' GORZ SUICIDA CON LA MOGLIE
PARIGI - Il filosofo francese André Gorz, 84 anni, che nel 1964 aveva fondato il settimanale Nouvel Observateur insieme a Jean Daniel, si è suicidato insieme alla moglie, 83 anni, malata da diversi anni, nella casa di Vosnon, nell'Aube. I due corpi, l'uno vicino all'altro, sono stati trovati da un'amica della coppia, secondo quanto riferito dalla polizia. Sulla porta di casa avevano lasciato un messaggio: "Avvisate la gendarmeria".
I due avevano indirizzato diverse lettere di addio agli amici. Qualche giorno fa, Gorz avrebbe anche confessato ad un'amica la sua disperazione dopo che lo stato di salute della moglie era andato peggiorando.
Nato a Vienna nel 1923, ma cittadino francese dal '54, Andre' Gorz - il cui vero nome era Gerard Horst - era considerato uno dei padri dell'ecologia politica e dell' anticapitalismo. Era stato autore, tra l'altro, di 'Ecologia e liberta'', 'Addio al proletariato' e 'Metamorfosi del lavoro'.
L'anno scorso aveva pubblicato 'Lettere a D. Storia d'amore', una raccolta di poesie dedicata alla moglie Dorine, con la quale aveva vissuto più di cinquant'anni.
Non voglio più, secondo la formula di Georges Bataille, “rimandare l’esistenza a più tardi”. Sono attento alla tua presenza come ai nostri inizi e mi piacerebbe fartelo sentire. Mi hai dato tutta la tua vita e tutto di te; vorrei poterti dare tutto di me durante il tempo che ci resta. Hai appena compiuto 82 anni. Sei sempre bella, elegante, desiderabile. Viviamo insieme da 58 anni e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato ancora una volta di te e porto in me un vuoto divorante che riempie solo il tuo corpo stretto contro il mio. La notte vedo talvolta il profilo di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un feretro. Quest’uomo sono io. Il feretro ti porta via. Non voglio assistere alla tua cremazione: non voglio ricevere un vaso per le tue ceneri…. Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. A ognuno di noi due piacerebbe sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo passarla insieme.
( Il brano è tratto da “Lettre à D. Histoirè d’un amour)






La cultura del narcisismo domina molti ambiti della vita quotidiana e si manifesta con un atteggiamento esibizionista, egocentrico e megalomane. Tratti che si ritrovano non solo nella cinematografia e nella letteratura ma anche nei nostri vicini e forse in noi stessi. Esiste, però, un narcisismo più grave. Secondo uno studio del prof. Tonino Cantelmi, dirigente psichiatra dell’ospedale nuovo Regina Margherita, il 2 per cento della popolazione italiana presenta disturbi della personalità di tipo narcisistico, mentre un paziente psichiatrico su quattro presenta «gravi problematiche narcisistiche».
Se una dose equilibrata di autostima viene considerato «narcisismo sano», quello «maligno» è stato oggetto di un lungo studio che è iniziato con Freud nel 1914 e non si è ancora concluso.
Narciso, secondo Ovidio, è figlio della ninfa Liriope violentata dal dio fluviale Cefiso. L’indovino Tiresia aveva predetto alla madre che il giovane, di straordinaria bellezza, sarebbe vissuto a lungo se solo «non avesse mai conosciuto se stesso». La tragedia di Narciso inizia con le sue origini: egli è il frutto di una violenza sessuale. Da grande, suscita passioni nei mortali e negli dèi, maschi e femmine, passioni alle quali non è in grado di rispondere per incapacità di amare e riconoscere gli altri. La dea Nemesi fece in modo che Narciso si specchiasse in una fonte limpida e si innamorasse di se stesso. Malato d’amore per sé, egli cercò invano di afferrare la sua propria immagine, annegando nella fonte.
Il narcisista è incapace di riconoscere l’altro e ama se stesso in modo esclusivo. Si tratta di una grave patologia mentale. Ma tra l’autostima e il «narcisismo maligno» esiste una versione più nascosta ma non per questo meno insidiosa. Bruce A. Stevens, professore all’università Charles Sturt di Camberra, Australia, lo delinea come un mostro a più teste.
Ci sono diversi tipi di narcisisti, ma hanno tutti un medesimo problema: sono alla ricerca di un amore che non riescono a trovare. I nove diversi tipi di narcisisti sono: l’insaziabile, l’amante speciale, l’amante del potere, il «corpo», il rabbioso, il seduttore, il fantasioso, il martire e il salvatore. Non esistono i tipi puri, spesso l’insaziabile può diventare rabbioso o l’amante speciale il seduttore.
Come abbiamo visto molti narcisisti reagiscono con violenza alle critiche loro rivolte. Diversi studiosi del problema sono giunti alla conclusione che la delinquenza giovanile si sviluppa maggiormente negli adolescenti che hanno un’opinione eccessivamente ottimistica delle loro persone. I disturbi alimentari come l’anoressia o la bulimia, che colpiscono i giovani (nel 95 per cento sono ragazze) sono alimentati da una certa cultura del corpo e della propria immagine. In uno studio condotto in Catalogna, Spagna, da Enrique Rojas e Javier de las Heras, psichiatri presso l’università internazionale Menendez Pelayo, gli adolescenti sono vittime di un sistema, complici anche i genitori, che li «spinge a ottenere tutto in cambio di niente».
Non è facile avere una sana relazione con un narcisista. Il suo bisogno di sentirsi sempre superiore lo spinge a trattare gli altri con sufficienza. È necessario prendere le distanze dal livello emotivo. Il narcisista non cambia atteggiamento facilmente; è molto più facile cambiare il proprio comportamento piuttosto che aiutarlo a modificare il suo.
Poiché al narcisista piace essere al centro dell’attenzione e sentirsi importante, per avere buona pace, occorre concedergli questo privilegio di tanto in tanto e ascoltare le storie che racconta circa le sue grandi opere realizzate.
Il narcisista può facilmente ignorare i sentimenti dei suoi amici o colleghi di lavoro. A volte conviene mantenere una relazione più superficiale e non confidarsi con lui o con lei perché, se una persona si sente giù, non è al narcisista che occorre confidare il proprio problema: egli non ha voglia di stare ad ascoltare se mai qualcuno provi a parlargliene. Questo suo modo di fare ferisce terribilmente chi gli sta attorno.
Per Erich Fromm, psicanalista e sociologo, il narcisismo sarebbe un modo per compensare l’incapacità di esprimere, donare e ricevere affetto. Una buona dose di orgoglio e sicurezza di sé serve a mascherare un deficit di autostima e un allontanamento dagli altri; certamente si tratta di una persona che vive in un mondo immaginario nel quale il piacere e la soddisfazione esistono solo per se stessi.
Giuseppe Marrazzo
La chiave per vivere in armonia...
In origine la parola "peccato" aveva il significato di "mancanza". Non voleva dire "fare qualcosa di sbagliato"; significava semplicemente "essere assente", mancare: è questo il solo peccato. Mancare significa non esserci, fare qualcosa senza essere presente nell'azione: è questo il solo peccato. E la sola virtù è essere pienamente attento e presente mentre stai compiendo un'azione. E' ciò che Gurdjieff chiama "il ricordo di sé", il Buddha lo definisce come "essere attento nel modo giusto", Krishnamurti parla di "consapevolezza" e Kabir di surati: l'esserci!
Se sei attento, molte cose semplicemente cadono; non è necessario che tu le faccia cadere. Con la consapevolezza certe cose non sono possibili. E questa è la mia definizione di peccato: nella consapevolezza certe cose non sono possibili, i peccati, mentre altre lo sono e costituiscono le virtù.
Non puoi perderti nell'amore, se sei consapevole; e il perdersi nell'amore sarà un peccato. Puoi amare, ma non significherà perdersi, bensì esserci, essere presenti e consapevoli. Quando sei consapevole, non ti è possibile perderti, neppure nell'amore.
Con la consapevolezza, è impossibile: in questo caso ti elevi nell'amore. Ed "elevarsi in amore" è un fenomeno totalmente diverso dal "perdersi nell'amore". Perdersi nell'amore significa entrare in uno stato di sogno, onirico. Le persone che sono "in amore" sono totalmente diverse: stanno guardando la realtà e crescono attraverso di essa. Perdendoti nell'amore, rimani bambino; quando ti elevi in amore, diventi più maturo.
E a poco a poco l'amore diviene non un rapporto ma uno stato del tuo essere.Sei pronto a condividere il tuo amore con chiunque ti venga vicino. Qualsiasi cosa accada, regali il tuo amore. L'amore è bellissimo quando grazie ad esso ti elevi, ma diventa abnorme e orribile quando ti perdi ; e prima o poi ti renderai conto che è diventato un veleno, un legame. Ti sei fatto intrappolare, la tua libertà è stata schiacciata, le tue ali sono state tagliate, non sei più libero. Perdendoti nell'amore, diventi un oggetto di possesso; possiedi e permetti che qualcuno possieda te.
L'amore deve rendere l'amato sempre più libero, l'amore deve spingerti a volare, ti aprirà cieli sconfinati; non può diventare una prigione, una chiusura. Ma quell'amore tu non lo conosci, perchè accade solo quando sei consapevole.
(da Consapevolezza…Osho)

Emerso da un periodo lunghissimo di oscurità in Oriente durante il quale, secondo la tradizione, era noto soltanto ad una cerchia ristretta di rango elevato, l'AIKIDO è stato definito come una delle arti marziali giapponesi più misteriose e complesse e, ai suoi livelli superiori, come una disciplina pratica ed efficace per lo sviluppo, l'integrazione e la completa utilizzazione delle energie umane: da quelle fisiche e mentali a quelle spirituali. Fortemente legato alla dottrina ZEN, l'AIKIDO è frutto degli studi filosofici e marziali del Maestro MORIHEI UESHIBA. Insoddisfatto dalle forme di combattimento della sua epoca basate principalmente sull'uso brutale della forza fisica UESHIBA, uomo di piccola taglia ma di grandissima forza interiore, trasse il suo metodo direttamente dalla fusione di varie scuole già esistenti, tra cui l'AIKIJUTSU una forma di combattimento usata dai samurai imperniata sulla coordinazione tra attacco e difesa. Egli riuscì ad unire perfettamente valori spesso contrapposti come: eleganza ed efficacia, forma e contenuto, potenza e sensibilità, calma e dinamismo, forza e rilassamento. L'AIKIDO quindi, disciplina sorta dalle antiche Arti Marziali giapponesi e intrisa di aspetti che la caratterizzano tanto da renderla unica, costituisce un’eccellente difesa personale
L'AIKIDO, pur dimostrando grande efficacia tecnica, è un'arte marziale non violenta, basata sulla strategia della cedevolezza, principio che si manifesta nell'assecondare i movimenti dell'avversario, per rivolgergli contro la sua stessa forza. Studiare l'AIKIDO, non significa apprendere solamente i movimenti e le tecniche di difesa: occorre che queste siano effettuate con una particolare condizione di carattere interiore. Solitamente nelle altre Arti Marziali ci si preoccupa di insegnare, attraverso appropriati movimenti, un insieme di tecniche lasciando a ciascun praticante il compito di svilupparne l'efficacia, secondo le proprie caratteristiche e attraverso lo studio dell'esercizio più volte ripetuto. Quest’atteggiamento, però, è più simile a quello dello sport, ove ognuno ottiene risultati proporzionali alle capacità che gli sono proprie.
L'AIKIDO opera in senso inverso: la difesa personale e gli obiettivi pratici dell'antico AIKIJUTSU si conseguono spontaneamente, senza porre loro un intenzione particolare. Essi costituiscono il pretesto ed insieme lo strumento, per raggiungere il risveglio, il potenziamento e la vigorosa manifestazione delle capacità psicofisiche che l'uomo possiede. La realizzazione di queste capacità costituisce il traguardo e la meta ultima di questa disciplina. Ci si esercita ad attivare il proprio centro di gravità, a respirare in modo corretto e profondo, a rilassare sia la mente sia il corpo, a concentrarsi su ciò che si sta facendo allontanando distrazioni e preoccupazioni, ad accrescere la propria sensibilità, a reagire alle sollecitazioni esterne con tranquillità e spontaneità, senza gli arrovellamenti di un eccessivo razionalismo. Per questi suoi caratteri d’arte tesa alla crescita personale, l'AIKIDO non prevede gare o tornei; ci si allena continuamente, con grande serietà e concentrazione, impegnandosi ogni volta come se fosse in gioco la vita. La mancanza di competizione, dunque, consente di evitare incidenti e di poter praticare con tranquillità, senza limiti d’età o sesso, di peso o statura, in un'atmosfera serena e rilassata scevra da competizioni, da primati, da coppe e medaglie.
Nella vita quotidiana la coscienza di se stessi è spesso, più o meno vagamente, collegata ad alcuni gesti che si compiono ed in molti casi è totalmente assente da essi. Quante volte si è dovuto risalire per controllare se era stata chiusa a dovere la porta di casa? Si ricorda con esattezza cosa si è mangiato il giorno precedente ?Si fanno tantissime cose senza riconoscersi in nessuna di esse. Questo fenomeno, indizio di una frattura fra mente e corpo, è causa d’insoddisfazione, ansia, depressione. L’esistenza assumerebbe un colore diverso se si riuscisse ad esprimere se stessi in ogni istante, e se ogni gesto compiuto riflettesse pienamente la propria soggettività.
Nelle Arti Marziali una frattura fra mente e corpo costituisce una falla, un punto di grande vulnerabilità (SUKI). Infatti per essere in grado di prevenire e gestire qualunque forma d'attacco, bisogna essere pienamente consapevoli di se stessi. Occorre che la mente si armonizzi completamente prima con il proprio corpo e poi con quello dell’ "avversario".

Scopo dell'AIKIDO è proprio quello di dare ad ognuno una piena coscienza di se stesso, inizialmente nei confronti di un ipotetico aggressore e, successivamente, rispetto a tutto ciò che lo circonda.

Qui ti amo.
Negli oscuri pini si districa il vento.
Brilla la luna sulle acque erranti.
Trascorrono giorni uguali che s'inseguono.
La nebbia si scioglie in figure danzanti.
Un gabbiano d'argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte, stelle.
O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui ti amo.
Qui ti amo e invano l'orizzonte ti nasconde.
Ti sto amando anche tra queste fredde cose.
A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi,
che corrono per il mare verso dove non giungono.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
I moli sono più tristi quando attracca la sera.
La mia vita s'affatica invano affamata.
Amo ciò che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia combatte con i lenti crepuscoli.
Ma la notte giunge e incomincia a cantarmi.
La luna fa girare la sua pellicola di sogno.
Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di filo metallico.
CIAO GIULI1


Comprendere gli esseri umani è intelligenza,
comprendere se stessi è saggezza.
Dominare gli esseri umani è forza,
dominare se stessi è il vero potere.
Conoscere la misura di ciò che è abbastanza
è la vera ricchezza.
Perseverare è determinazione.
Non perdere il proprio centro è perdurare.
Morire conoscendo l'immortale è la vera longevità.
dal Tao Te Ching
Lao-Tzu

Bruno Bettelheim e il suo mondo incantato
Bruno Bettelheim fu psichiatra e psicanalista statunitense di origine austriaca (Vienna 1903-Silver Spring, Maryland, 1990). Svolse gli studi universitari a Vienna; durante le persecuzioni razziali, dal 1938 al 1939, fu prigioniero nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald; durate questo periodo si dedicò alla trascrizione di pensieri e comportamenti umani relativi in particolar modo alla personalità. Liberato fortunosamente, nel 1939 emigrò negli Stati Uniti dove si occupò di psicologia dell’età evolutiva e in particolare di autismo infantile, dirigendo per oltre trent’anni la Orthogenic School per bambini psicotici dell’Università di Chicago. Il suo arduo obiettivo era quello di offrire al bambino autistico un ambiente e delle esperienze di vita in grado di ridurne l’isolamento emotivo e aiutarlo a sviluppare la propria personalità. Tra i suoi scritti si ricordano: L’amore non basta (1950); La fortezza vuota (1976); I figli del sogno (1977); Il mondo incantato (1977); Sopravvivere (1981); Imparare a leggere (1989); La Vienna di Freud (1990).
Nell'opera Il mondo incantato Bettelheim descrive in modo suggestivo le più belle e conosciute fiabe: da Hänsel e Gretel a Cappuccetto Rosso, da Biancaneve alla Bella Addormentata nel bosco. Per imparare a cavarsela nella vita e a superare gli ostacoli quotidiani senza aggirarli, il bambino, così come l’adulto, ha bisogno di conoscere se stesso e il complesso mondo in cui vive e in cui si relaziona. Gli occorrono un’educazione, delle idee sul modo di dare ordine e coerenza alla dimensione interiore e la capacità di ascoltare ciò che lo circonda. Cosa può giovargli più che una fiaba, che ne cattura l’attenzione, lo diverte, suscita il suo interesse e stimola la sua attenzione? Qualunque fiaba essa sia, trasmette messaggi sempre attuali e conserva un significato profondo che passa attraverso il conscio, il subconscio e l’inconscio. Si adegua perfettamente alla mentalità infantile, al suo tumultuoso contenuto di aspirazioni, angosce, frustrazioni, e parla lo stesso linguaggio non realistico dei bambini. Tratta di problemi umani universali, offrendo esempi di soluzione alle difficoltà. La fiaba nella sua autenticità di messaggi è atemporale e i personaggi dei suoi scenari fantastici sono figure archetipiche che incarnano le contraddittorie tendenze del bambino e i diversi aspetti del mondo. Le situazioni fiabesche, rispettando la visione magica infantile delle cose, esorcizzando incubi inconsci, placano inquietudini, aiutano a superare insicurezze e crisi esistenziali, insegnano ad accettare le responsabilità e ad affrontare la vita. Bettelheim sottolinea l’importanza fondamentale della fiaba nella vita del bambino, la capacità anche di ricrearla di nuovo e di inventarla ex novo. La fiaba sviluppa la creatività, da’ spazio al gioco semantico e segnico. Streghe Malvagie, Matrigne e Orchi, Sirene e Fate che per secoli hanno accompagnato i dormiveglia dei più piccini, sono personaggi che custodiscono un patrimonio di risorse e promesse: le fiabe sono strumenti educativi preziosi. Le fiabe rappresentano un punto di riferimento per la vita interiore del bambino e la vita relazionale dello stesso con l’adulto. Nella fiaba per giungere a lieto fine devi seguire un percorso a volte anche difficile, ti devi imbattere per esempio nel lupo dei tre porcellini anche se non vuoi. Queste disavventure che il bambino affronta insieme al protagonista della fiaba sono un invito all’azione, a fronteggiare attivamente le difficoltà. La sana fantasia aiuta ad interagire con la realtà e ad adoperare nel modo migliore le risorse emotive.
Vladimir Jakovlevic Propp
I termini favola e fiaba derivano etimologicamente da una medesima voce verbale latina, fari, che significa parlare. A questa tesi si affianca un’altra interpretazione che considera invece la parola fabula come derivazione di faba, ossia fava, il legume con il quale i romani si divertivano in un passatempo simile a quello dei dadi. Entrambe, sia la fiaba che la favola, hanno origine popolare. Sono racconti il più delle volte fantastici, dove spazio e tempo rimangono indeterminati e i luoghi naturali, come il bosco, acquistano i connotati degli ambienti magici, in cui si svolgono avvenimenti prodigiosi e inaspettati. I personaggi sono facilmente riconducibili da parte del lettore ai ruoli fondamentali dell’eroe, dell’aiutante e dell’antagonista, in virtù delle loro caratteristiche costanti, che determinano la netta contrapposizione tra i buoni e i cattivi, che per adempiere ai loro compiti utilizzano oggetti magici.
Ricercatori nel campo dell’antropologia culturale, agli inizi del XIX sec., cominciarono a trascrivere le tradizioni folkloriche fino ad allora trasmesse oralmente, recuperando in tal modo usanze, credenze superstiziose, proverbi e naturalmente anche fiabe.
Uno degli elementi costanti che compare nelle fiabe è il viaggio. Esso viene intrapreso dal protagonista, o eroe, da intendersi come un processo di conoscenza di se stesso e del mondo circostante che, in chiave antropologica, simboleggia il percorso di emancipazione, caratteristico del passaggio dalla fase adolescenziale alla realizzazione della personalità adulta, compiuto mediante il superamento di conflitti e prove.
Vladimir Jakovlevic Propp è nato a Pietroburgo il 15 aprile 1895. Terminate le scuole dell’obbligo si iscrisse alla facoltà di filologia. Terminata l’università nel 1918, insegnò prima lingua e letteratura russa nelle scuole, poi lingua tedesca nell’Università di Leningrado.
Lo studioso di folklore e filologo Vladimir Jakovlevic Propp, nel suo famosissimo testo Morfologia della fiaba, un classico delle scienze umane, pubblicato a Leningrado nel 1928, ha evidenziato che le azioni, compiute dai personaggi, rappresentano gli elementi stabili delle fiabe e le ha individuate con il nome di funzioni e descritte in una serie che ne comprende 31.
Altre tematiche fisse nella fiaba secondo Propp sono: l’allontanamento dell’eroe da casa, le successive peripezie affrontate per superare i tranelli dell’antagonista, al fine di raggiungere il premio spesso rappresentato dalle nozze con la figlia del re, ottenuto grazie al proprio coraggio, ma anche all’aiuto di un donatore che gli regala un mezzo magico.
Tali funzioni riconosciute come presenti nella fiaba rappresentano la scomposizione della fiaba stessa in una serie di segmenti elementari, corrispondenti a una “descrizione strutturale” delle azioni compiute dai personaggi.
a cura di Armando Guidoni e Luca Nicotra
Ricordi quando d' inverno giungemmo all'isola?
Il mare verso di noi innalzava una coppa di freddo.
Alle pareti i rampicanti sussurravano lasciando
cadere foglie oscure al nostro passaggio.
Anche tu eri una Piccola foglia che tremava sul mio petto.
Il vento della vita ti pose lì.
Dapprima non ti vidi; non seppi che camminavi con me,
finché le tue radici perforarono il mio petto,
s'unirono ai fili del mio sangue,
parlarono per la mia bocca, fiorirono con me.
Così fu inavvertita la tua presenza, foglia o ramo invisibile
e il Mio cuore d'improvviso si Popolò di frutti e di suoni.
Abitasti la casa che t'attendeva oscura,
e allora accendesti le lampade.
Ricordi, amor mio, i nostri primi passi nell'isola?
Le pietre grige ci riconobbero,
le raffiche della pioggia, le grida del vento nell' ombra.
Ma il fuoco fu il nostro unico amico,
vicino ad esso stringemmo con quattro braccia, nell'inverno,
il dolce amore.
Il fuoco vide crescere nudo il nostro amore
fino a toccare stelle nascoste,
e vide nascere e morire il dolore
come una spada spezzata contro l'amore invincibile.
Ricordi, oh addormentata nella mia ombra,
come da te cresceva il sonno,
dal tuo petto nudo, aperto con le sue cupole gemelle,
verso il mare, verso il vento dell'isola,
e come io nel tuo sogno navigavo
libero, nel mare e nel vento,
legato e sommerso tuttavia
all'azzurro volume della tua dolcezza?
O dolce, dolce mia, mutò la primavera, i muri dell'isola.
Apparve un fiore come una goccia di sangue color d'arancia,
poi i colori scaricarono tutto il loro peso puro.
Il mare riconquistò la sua trasparenza,
la notte su nel cielo mise in mostra i suoi grappoli,
e ormai tutte le cose sussurrarono
il nostro nome d'amore; pietra a pietra
dissero il nostro nome e il nostro bacio.
L'isola di pietra e di muschio
risuonò nel segreto delle sue grotte
come nella tua bocca il canto,
e il fiore che nasceva tra gli interstizi della pietra
con la sua sillaba segreta disse mentre passavi
il tuo nome di pianta bruciante,
e la scoscesa roccia innalzata come il muro del mondo
riconobbe il mio canto, beneamata,
e tutte le cose dissero il tuo amore, il mio amore, amata,
perché la terra, il tempo, il mare, l'isola, la vita, la marea,
il germe che dischiude le sue labbra nella terra,
il fiore divoratore, il movimento della primavera,
tutto ci riconosce.
Il nostro amore è nato fuori delle pareti,
nel vento, nella notte, nella terra,
e per questo l'argilla e la corolla,
il fango e le radici
sanno come ti chiami,
e sanno che la mia bocca si unì alla tua
perché nella terra ci seminarono insieme
solo senza che noi lo sapessimo,
e che cresciamo insieme e insieme fioriamo,
e per questo quando passiamo
il tuo nome è nei petali
della rosa che cresce nella pietra,
il mio nome è nelle grotte.
Tutti lo sanno, non abbiamo segreti,
siamo cresciuti insieme, ma non lo sapevamo.
Il mare conosce il nostro amore,
le pietre dell'altura rocciosa
sanno che i nostri baci fiorirono
con purezza infinita,
come una bocca scarlatta
albeggia nei loro interstizi:
così conoscono il nostro amore e il bacio
che uniscono la tua bocca e la mia
in un fiore eterno.
Amore mio, la primavera dolce,
fiore e mare, ci circondano.
Non la scambiamo per il nostro inverno,
quando il vento incominciò a decifrare il tuo nome
che oggi ripete a tutte l'ore,
quando le foglie non sapevano
che tu eri una foglia,
quando le radici
non sapevano che tu mi cercavi nel mio petto.
Amore, amore, la primavera ci offre il cielo,
ma la terra oscura è il nostro nome,
il nostro amore appartiene
a tutto il tempo e alla terra.
Amandoci, il mio braccio
sotto il tuo collo d'arena,
aspetteremo come cambiano la terra e il tempo nell'isola,
come cadono le foglie dei rampicanti taciturni ,
come se ne va l'autunno dalla finestra rotta.
Ma noi stiamo attendendo il nostro amico,
il nostro amico dagli occhi rossi,
il fuoco,
quando di nuovo il vento scuoterà le frontiere dell'isola
e disconoscerà il nome di tutti,
l'inverno ci cercherà, amor mio, sempre,
ci cercherà, perché lo conosciamo,
perché non lo temiamo,
perché abbiamo con noi il fuoco per sempre.
Abbiamo la terra con noi, per sempre,
la primavera con noi, per sempre,
e quando si staccherà dai rampicanti una foglia,
tu sai amor mio che nome sta scritto su quella foglia,
un nome che è il tuo ed è il mio,
i nostri nomi d'amore, un solo essere la freccia
che trapassò l'inverno, l'amore invincibile, il fuoco dei giorni,
una foglia che mi cadde sul petto,
una foglia dell'albero della vita che fece nido e cantò,
che mise radici, che diede fiori e frutti.
Così vedi, amor mio, come vado per l'isola,
Per il mondo, sicuro in mezzo alla primavera,
pazzo di luce nel freddo,
camminando tranquillo nel fuoco,
sollevando il tuo peso di petali tra le mie braccia,
come se mai avessi camminato
se non con te, anima mia,
come se non sapessi camminare se non con te,
come se non sapessi cantare
se non quando tu canti.
Pablo Neruda
